X-Men: Dark Phoenix

Si chiude il ciclo dei mutanti di Fox, con un capitolo che intrattiene senza colpire a fondo

5 Giugno 2019
2,5/5
X-Men: Dark Phoenix

Con Dark Phoenix Simon Kinberg, prima soltanto sceneggiatore dei precedenti X-capitoli Conflitto Finale, Giorni di un futuro passato e Apocalisse (oltre che, tra gli altri, di Mr. & Mrs. Smith, lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie e i Fantastici 4 di Josh Trank), passa dietro alla camera da presa, facendosi scrittore e regista. È una svolta, per lui, ma non lo è altrettanto per la serie, che forse ne guadagna un pizzico in aderenza tra storia e messa in scena, ma ne perde maggiormente in potenza visiva.

Kinberg, d’altronde, è un regista ancora alle primissime armi, anzi, all’esordio assoluto, e la sua capacità di scrittura e lunga carriera sul campo si misura con un’inesperienza registica che, pure quando gli X-Men si trovano nello spazio, per un tempo limitato, concede loro grande respiro. Interni e situazioni chiuse da manuale hollywoodiano per filmmaker con pochi fondi dominano la pellicola. Ma gli X-men, alle prime armi, non lo sono affatto e si difendono come possono a colpi di poteri e colluttazioni.

Apprezzabile che, finalmente, un film sui mutanti di Xavier e Magneto non perda metà del proprio minutaggio totale a introdurre personaggi ex novo, dovendo prima caratterizzarli e subito svilupparli. A schermo ci sono pressoché solo gli X-Men già conosciuti, salvo un paio di comparse anonime.

dark phoenix

La trama ruota attorno a Jean Grey (Sophie Turner), la cosiddetta “Fenice”, più potente che mai dopo un incidente spaziale che somiglia fin troppo all’origine classica dei Fantastici 4 (che però nel film di Trank, scritto da Kinberg, era molto diversa). Il potere di Jean si espande fino a costringerla a fare i conti con se stessa, come minaccia per le persone che le stanno accanto, con un paio di exploit ben giocati.

Se da una parte l’aspetto della ragazza che si tramuta dalla bella nella bestia è interessante, lo è altrettanto il lato oscuro del Prof. X di un sempre bravo James McAvoy, che stavolta mette persino un tantino in ombra l’illustre collega Fassbender.

Peccato che, testarda, la trama si continui a incastrare un villain che vuole sfuggire a tutti costi a questa dinamica, molto più coinvolgente, del nemico creato all’interno del team, del potere come deterrente e della rabbia come motivazione. Il personaggio di Jessica Chastain dà modo a tutti gli altri di legittimare lo scontro, di sentirsi nel giusto oltre ogni ragionevole dubbio. Ed è un peccato perché, anche lei, saprebbe brillare sullo schermo se si limitasse ad un ruolo da mero grillo parlante.

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Era da Giorni di un futuro passato, e di nuovo in Apocalisse, che Jean Grey era prefigurata come la mutante potenzialmente più (e troppo) potente del pianeta. Ora che è successo, perché delegare ad altri la risoluzione e l’antagonismo della pellicola?

Si è molto discusso di come Dark Phoenix, film comunque godibile di scontri tra eroi dalle capacità incredibili (alcune un po’ approssimate), dovesse essere la versione riveduta e corretta di Conflitto Finale, ma se quel capitolo aveva qualcosa di buono, era proprio che prendeva strade coraggiose, percorrendole fino all’ultimo. Altrettanto, della Fenice Nera, purtroppo non si può dire.

Forse non è un caso che, come ammesso dalla produzione stessa, si sia dovuto rigirare la conclusione perché troppo simile a un film della concorrenza, probabilmente Captain Marvel. Segnale che, ad acquisizione Disney ormai avvenuta, ha più il sapore di un ultimo, ridondante, inchino di sudditanza.

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