What Do We See When We Look At The Sky?

Il georgiano Alexandre Koberidze interroga l’atto del vedere, invitando lo spettatore a chiudere gli occhi: il cinema porta a compimento la sua magia. In gara a Berlino 71

3 Marzo 2021
4,5/5
What Do We See When We Look At The Sky?
What Do We See When We Look at the Sky? di Alexandre Koberidze - cr. Faraz Fesharaki/DFFB

Ci sono dei film-mondo che costruiscono, in quel che raccontano e in come lo raccontano, un’esperienza di realtà, fondata su una visione del mondo che l’autore condivide con il suo pubblico, invitandolo ad abbracciare un modo di vedere, sentire e forse amare quanto ci presenta.

Sin dal suo (splendido) titolo What Do We See When We Look At The Sky? (Cosa vediamo quando guardiamo il cielo?), il secondo lungometraggio del georgiano Alexandre Koberidze interroga l’atto del vedere, sustanziante il cinema, proiettando l’interrogativo sulla tavolozza più aperta e immaginifica, quella del cielo.

Alexandre Koberidze – cr. Marius Land

Eppure si tratta di una domanda poetica e giocosa, allorché Koberidze non guarda al cielo, ma situa con precisione quasi documentaria il teatro del suo racconto nell’antica città georgiana di Kutaisi; luogo che, a film visto, parrà quasi d’aver visitato ed esplorato con dovizia grazie alla complicità di una guida affettuosa.

Su questa quinta, un narratore onnisciente, impassibile e ironico, illustra e ci accompagna lungo la favola della storia d’amore tra Lisa e Giorgi, amanti predestinati da un fatidico incontro casuale, ma separati da un altrettanto fatidico sortilegio (che non riveliamo).

La sequenza del loro primo incontro, presso il cancello di una scuola, è magistrale: assistiamo all’uscita dei bambini, poi la macchina da presa indugia sullo spazio svuotato, quasi a cogliere dei raggi di sole o i movimenti di un passero, l’inquadratura quindi si aggiusta a livello del marciapiede per mostrarci giusto le gambe di Lisa e Giorgi allorché dapprima urtano l’una contro l’altro e poi tornano indietro perché, dopo l’incontro/scontro, avevano imboccato la direzione sbagliata.

What Do We See When We Look at the Sky? di Alexandre Koberidze – cr. Faraz Fesharaki/DFFB

Una sequenza deliziosa che sarebbe piaciuta a Truffaut che, del resto, per L’uomo che amava le donne s’era ispirato a C’era una volta un merlo canterino del conterraneo di Koberidze, Iosseliani. Una stratificazione di potenziali riferimenti cinefili che non è casuale. Allorché il sortilegio si compie, Koberidze invita lo spettatore a chiudere gli occhi; ma anche se lo spettatore non segue l’invito, il cinema porta a compimento la sua magia.

Perché la consapevolezza di come il cinema, attraverso la scelta di un’inquadratura, uno stacco di montaggio o la coloritura di un suono o di un tema musicale consenta di creare magia imbeve e attraversa tutto l’itinere punteggiato da deviazioni e digressioni disegnato da Koberidze.

In quanto film-mondo, What Do We See When We Look At The Sky? svela il suo incantesimo proprio quando divaga amabilmente sui cani di Kutaisi, sul calcio (la storia di dipana su un’estate di mondiali) e su canzoni che Koberidze fa ascoltare in toto (esaltante per lo spettatore italiano l’inclusione di Un’estate italiana di Nannini/Bennato!).

E c’è pure il cinema e il fare cinema stesso nel racconto di What Do We See When We Look At The Sky?, con un ruolo inevitabilmente risolutivo, grazie ai cineasti interpretati niente di meno che dai genitori di Koberidze.

What Do We See When We Look at the Sky? di Alexandre Koberidze – cr. Faraz Fesharaki/DFFB

Già interprete dei film neo-marxisti del compagno di Accademia del Cinema e della Televisione di Berlino Julian Radlmaier (ivi incluso Bloodsuckers, anch’esso alla 71a Berlinale, in gara ad Encounters), con quest’opera seconda (dopo Let the Summer Never Come Again del 2017, integralmente girato con un telefonino) Alexandre Koberidze si rivela come autore il cui sguardo ludico e incantatore è tra i più singolari di questa Berlinale e tra i più promettenti del cinema degli anni a venire.

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