West Side Story

Non remake, ma simbiosi filologica ed etica: il ritorno al futuro del musical - con vista Oscar - di Steven Spielberg, dal 23 dicembre in sala

2 Dicembre 2021
4/5
West Side Story
Ariana DeBose as Anita and David Alvarez as Bernardo in 20th Century Studios’ WEST SIDE STORY.

Roberto Carlino vendeva, Steven Spielberg gira: non sogni, ma solide realtà. Accarezzato sin da bambino –  aveva dieci anni quando i genitori portarono a casa il disco del musical di Bernstein, “a cena mi misi a cantarne un pezzo, Gee Officer Krupke: ‘Mio padre è un bastardo, mia madre una figlia di buona donna, mio nonno è sempre ubriaco…’, i miei rimasero sbigottiti” – West Side Story è diventato, sessantaquattro anni dopo il musical, sessanta dopo l’adattamento di Jerome Robbins e Robert Wise, un film: dal 23 dicembre nelle nostre sale, ha affaccio (pre)potente sui prossimi Academy Awards.

Ariana DeBose as Anita and David Alvarez as Bernardo in 20th Century Studios’ WEST SIDE STORY. Photo by Niko Tavernise. © 2020 Twentieth Century Fox Film Corporation. All Rights Reserved.

Il regista rivede e (politicamente) corregge dando ai portoricani la propria lingua – e lo spagnolo non è sottotitolato… – e ancor prima la possibilità – in realtà sdrucciolevole – di essere loro stessi sullo schermo. Nel ’61 non fu così, per incarnare Anita Rita Moreno dovette aggiustarsi il trucco, giacché c’erano attori bianchi per gli altri latinos. Vinse un Oscar, unica statuetta per la recitazione fin qui andata ai latinos, e ora Moreno, cui Spielberg e il sodale sceneggiatore Tony Kushner hanno ritagliato un ruolo ad hoc, prenota il bis: a novant’anni sarebbe la più anziana di sempre.

Rachel Zegler as Maria in 20th Century Studios’ WEST SIDE STORY. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2021 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Dunque i Jets bianchi e gli Sharks portoricani, tenuti a battesimo dallo spettacolo di Broadway del ’57 ideato, diretto e coreografato da Robbins, con libretto di Arthur Laurents, musiche di Leonard Bernstein, testi di Stephen Sondheim (appena scomparso, e sentitamente ringarziato da Spielberg). E, loro, il “polacco” Tony (Ansel Elgort) e la latina Maria (l’esordiente Rachel Zegler), archetipicamente ricalcati su Romeo e Giulietta e gettati nella mischia di Lincoln Square, sventrata, demolita e destinata alla gentrificazione: West Side in metamorfosi, dark side dei “bianchi pallidi e affamati” (Kushner) e dei loro antagonisti portoricani, condannati alla solita guerra dei poveri spacciata per identitaria.

David Alvarez as Bernardo Vasquez in 20th Century Studios’ WEST SIDE STORY. Photo by Niko Tavernise. © 2021 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Qui piazza la camera da presa Spielberg, con una posizione morale e, ancor più, metacinematografica: non c’è solo la restituzione, ovvero la compensazione, ai latinos, non c’è solo la contemplazione affettuosa della gioventù bruciata di ogni pelle, non c’è solo la disamina e la stigmatizzazione della crudeltà del sistema, ma il piacere puro della Settima Arte, (ri)prodotta senza intenzioni neoclassiche, senza velleità postmoderne, ma unicamente per fare (di) nuovo quello che era nuovo ed è diventato – il musical, il film – eterno.

Tra novità memore ed eternità debole, e viceversa, si fa WSS, riducendo la CGI ai minimi termini, gonfiando il petto “analogico”, ritrovando la famiglia, come prima solo in E.T., e scardinando la catena elementare e alimentare di originale e remake, reboot e Hollywood cantante.

Mike Faist as Riff in 20th Century Studios’ WEST SIDE STORY. Photo by Niko Tavernise. © 2021 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Rifare come fare, rifare come rettificare, rifare senza reificare: Ansel Elgort (Tony), Rachel Zegler (María), Ariana DeBose (Anita), David Alvarez (Bernardo), Mike Faist (Riff), Brian d’Arcy James (Agente Krupke), Corey Stoll (Tenente Schrank), Josh Andrés Rivera (Chino), Rita Moreno (Valentina), attori e altrettanti attanti di una rimodulazione semiotica prima che semantica.
All’invenzione Spielberg oppone l’inventario, con beneficio aumentato: che è cambiato in questi sessant’anni di New York – “Quartieri quali Brooklyn, Queens e Bronx non sono cambiati molto dagli anni Cinquanta: l’unica cosa che abbiamo fatto al computer è stato rimuovere le sbarre delle finestre, i condizionatori e le parabole dagli edifici”, di Romeo Tony e Giulietta Maria, e del cinema tutto?

© 2020 Twentieth Century Fox Film Corporation. All Rights Reserved. Photo by Ramona Rosales..(Left to Right:) Anybodys (Ezra Menas), Mouthpiece (Ben Cook), Action (Sean Harrison Jones); Jets leader Riff (Mike Faist); Baby John (Patrick Higgins); Tony (Ansel Elgort) and Maria (Rachel Zegler); Maria’s brother and Sharks leader Bernardo (David Alvarez); and Sharks members Quique (Julius Anthony Rubio), Chago (Ricardo Zayas), Chino (Josh Andrés Rivera), Braulio (Sebastian Serra) and Pipo (Carlos Sánchez Falú).

E.T. Spielberg telefona casa, tornando al futuro o, meglio, “futurando” il ritorno: conta lo Story, conta il telling e, sopra tutto, chi si mette attorno al fuoco, dentro il buio in sala. Con un altrettanto storico (del cinema) accorgimento: il musical (coreografie di Justin peck, musiche di David Newman) è rivoluzionario, o non è. La simbiosi filologica ed etica di West Side Story 2021 lo è? Vedere per credere.

Post scriptum: scommettiamo che Mike Faist (Riff), segaligno e appassionato, vitalista e no future, ne farà di strada? E scommettiamo che… non sarà questo primo l’ultimo musical di Steven Spielberg?

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