Unsane

Già fuori concorso a Berlino 68, torna Steven Soderbergh con uno psicothriller disturbante e in formato smartphone. Funziona

3 Luglio 2018
3/5
Unsane
Claire Foy in Unsane

Un cerchio si chiude: nel 2013 Steven Soderbergh aveva annunciato alla Berlinale il suo addio al cinema con il suo Side Effects, uno psicothriller di grande effetto e denuncia precisa, quasi da cinema indipendente, contro l’industria farmaceutica.

Il suo esilio dal grande schermo Soderbergh lo aveva già terminato l’anno scorso con la simpatica commedia criminale Logan Lucky. Ma è ora che torna sul palcoscenico internazionale scegliendo la Berlinale per presentare fuori concorso Unsane, una specie di sequel di Side Effects.

Il regista, 55 anni, da tempo alla ricerca di canali di produzione e distribuzione alternativi a Hollywood, ha girato veloce e sgranato con uno smartphone. La composizione visiva in questo film è magistrale, alta definizione, a tratti cristallina, con un rumore di sottofondo consapevolmente estraneo.

 

Immagine dopo immagine, Unsane abbozza prima i tratti del personaggio principale Sawyer Valentini (Claire Foy), che lavora come analista per un’azienda finanziaria. Fredda e sicura di sé sul lavoro, è in preda a un attacco di panico quando un incontro serale stava per concludersi a casa sua.

Cosa c’è che non va? Sawyer è labile e logorata psichicamente: è una vittima di stalking in fuga. Cerca aiuto presso un istituto che offre assistenza psicoterapeutica. Il primo colloquio va piuttosto bene. Al termine però viene pregata di accomodarsi in una stanza per i trattamenti. Viene ricoverata, contro la sua volontà, e per almeno sette giorni.

Sawyer è un pericolo per sé e per gli altri, scrivono i medici. Le sue reazioni contro una maniaco-depressiva con cui divide la stanza (Juno Temple), o contro il personale che la lega al letto, lo provano senza alcun dubbio.

Ma l’orrore deve ancora arrivare. Quando la donna scopre che uno degli infermieri è in realtà il suo stalker che la segue da due anni, di città in città, non  viene creduta da nessuno.

Soderbergh ci lascia più della metà della pellicola con il dubbio se si tratti di allucinazioni isteriche o della verità. Tutti gli strumenti standard del genere, Soderbergh li inchioda nel quotidiano trasformandolo in orrore.

Proprio come Side Effects anche questo film fa i conti incidentalmente, ma conseguentemente, con un sistema sanitario corrotto e malfunzionante. Aziende private utilizzano ogni possibilità che si offre per ricoverare anche gente sana, a condizione che l’assicurazione sanitaria paghi.

Soderbergh però nei suoi film non predica. E arriva il momento in cui anche la sua protagonista non è più vittima, ma  una persona pronta a reagire. Anche con la violenza. E naturalmente mettendo in chiaro, con le ultime sequenze, che un martirio del genere non può, ovviamente, restare senza conseguenze.

 

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