Una vita violenta

Thierry de Peretti riflette e si interroga sul passato della Corsica, un tempo di violenza e ribellione

21 Maggio 2019
3/5
Una vita violenta

S’intitola Una vita violenta, come il romanzo di Pier Paolo Pasolini del 1959. Ma il film di Thierry de Peretti ha poco a che fare con la storia del protagonista del libro pasoliniano: Tommaso Puzzilli, il giovane che viveva nella borgata romana di Pietralata.

Qui infatti siamo in Corsica, nel mezzo della lotta armata di un gruppo di nazionalisti dissidenti corsi verso il governo francese.

Il personaggio principale però è sempre un ragazzo. Si chiama Stéphane (Jean Michelangeli) e, nonostante la minaccia di morte che pesa sulla sua testa, ha deciso di ritornare in Corsica per partecipare al funerale del suo migliore amico e compagno d’armi, che è stato ucciso il giorno prima. Una volta sbarcato nella sua isola natia, Stéphane ricorderà tutti gli eventi che lo hanno condotto dalla piccola criminalità fino alla radicalizzazione politica e alla clandestinità.

Dopo Apache (2013) il regista, nato e cresciuto a Bastia, torna quindi a raccontare nella sua seconda opera, che è stata presentata alla Settimana della Critica del Festival di Cannes 2017, la sua terra. Non la Corsica di oggi e le sue contraddizioni presenti nel suo film d’esordio (al centro c’era la bravata di alcuni ragazzi durante una notte in una villa a Porto Vecchio), ma quella del passato e delle persone che hanno creduto nel movimento corso. Sceglie di non portare sullo schermo la nascita (era il 1976) del movimento del Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica (FNLC), che chiedeva il riconoscimento del popolo corso sostenendo l’autodeterminazione attraverso la lotta armata, ma il periodo marginale, la via di mezzo del nazionalismo.

Per intenderci la fine degli anni novanta, quando fu istituita l’Armata Corsa, un gruppo armato dissidente che ha soprattutto denunciato il legame tra il movimento nazionalista e il crimine organizzato e s’ispira liberamente alla storia di Nicolas Montigny, un giovane attivista nazionalista assassinato a Bastia nel 2001. Ne esce fuori un film che s’interroga sulla storia e che inquadra un arco temporale di pochi anni, fondamentale per capire quest’isola francese per tanti versi ancora selvaggia. A contrastare la mafia e i suoi interessi affaristici e ad impedire gran parte dei piani di cementificazione delle sue coste ci fu dietro infatti principalmente questo movimento politico. Thierry de Peretti con Una vita violenta non giudica, ma osserva con rigore questa controversa vicenda di violenza e ribellione.

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