Un traductor

Cuba ospita i ragazzini coinvolti nel disastro di Chernobyl. Rodrigo Santoro, professore di letteratura rossa, fa da interprete Da una commovente storia vera, in concorso a Tertio Millennio

12 Dicembre 2019
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Un traductor

Non tutti sanno che Cuba fu una delle nazioni più impegnate ad accogliere i ragazzini coinvolti nel disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986.

Tra il 1990 e il 2011, in seguito alla richiesta internazionale di assistenza avanzata dall’Ucraina, arrivarono sull’isola circa venticinquemila vittime delle radiazioni. Affette in larga parte da cancro, deformazioni, problemi muscolari e dermatologici, tutti con alti livelli di stress postraumatico. Un’iniziativa poco nota fuori dai confini locali e che fa onore al popolo cubano.

Forse anche per questo motivo Un traductor è stato proposto da Cuba per la candidatura all’Oscar per il miglior film internazionale. Si tratta dell’esordio dei fratelli Barriuso: Rodrigo si è distinto finora come regista di corti, Sebastián è un produttore di successo.

Oltre a raccontare una vicenda esemplare, c’è di mezzo anche una questione di famiglia. Il protagonista (che ha il volto della star brasiliana Rodrigo Santoro), infatti, è modellato sul padre dei registi, il professor Manuel Barriuso Andino.

Docente di letteratura russa a L’Avana, Malin viene contattato per fare da interprete tra i medici cubani e i bambini inviati dall’URSS. Dopo la prima fase di turbamento, dovuta al passaggio dal rassicurante mondo accademico alla dolorosa realtà medica, Malin si appassiona alla nuova esperienza. Instaura un rapporto totalizzante con i piccoli ospiti, finendo tuttavia per trascurare la moglie e il figlio. Nel frattempo, crolla il Muro di Berlino e il paese, a causa della dissoluzione dell’URSS, cade in una profonda crisi economica.

Apprezzato in molti festival internazionali (Sundance compreso), Un traductor non è solo la commossa ed empatica rievocazione di un fatto che merita di essere conosciuto.

Nella prospettiva privata degli autori, un ritratto intimo volto a celebrare l’opera umanitaria di una delle tante “figure nell’ombra” che hanno attraversato la storia senza essere abbastanza onorate. E anche un modo per riconciliarsi con quel papà così coinvolto in una faccenda troppo grande per essere davvero compresa dai due bambini.

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