Tutto il mio folle amore

Salvatores lascia il super e torna alla parabola familiare, a un’odissea padre-figlio con lampi d'emozione. Fuori concorso a Venezia76

6 Settembre 2019
3/5
Tutto il mio folle amore

A ritrovare un Abatantuono così, delicato, attento, efficace nella sua riscoperta delicatezza, si ha la sensazione di ritrovarci davanti a Happy Family, del Salvatores di quasi 10 anni fa (2010). Ed è una sensazione di speranza, perché tanto bene quel film riusciva a trattare un intricato arazzo familiare.

Ma la speranza svanisce presto, e non è un male, beninteso. Non si deve cercare il passato in Tutto il mio folle amore, fuori concorso a Venezia76, né altro film da quello che è. Una parabola familiare, sì, ma concentrata sui temi della paternità e della diversità, affrontati frontalmente, tanto da intimorire quasi.

Claudio Santamaria è Willi, il “Modugno dei Balcani”, e si ritrova, letteralmente e suo malgrado, padre di Vincent, un esordiente e magnetico Giulio Pranno. Un ragazzo speciale, complicato, ostacolato da difficoltà scoraggianti, specie per chi non abbia a che farci, ma anche pieno di risorse e di fiducia. Capace di farcela e, in ogni caso, di crederci.

Si vede che il regista, ispiratosi liberamente per il film al romanzo di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura (2012, Marcos y Marcos), tende qui e là a spostare l’occhio, per inquadrare anche la Golino, madre e moglie incastrata in una vita felice ma non libera, e la sua storia col compagno, l’Abatantuono di cui sopra, che segue la vicenda con la calma di un tutore quasi meta-cinematografico.

Ma, com’è giusto, l’odissea padre-figlio divora lo schermo e, pur non risultando sempre al meglio del ritmo, o perdendosi ogni tanto in ritratti troppo affrettati, regala comunque lampi di emozione autentica. È un Salvatores invecchiato, ma non perduto. D’altronde, anche tornando a casa ci si può smarrire, magari solo per un attimo, magari solo il tempo di riprendere confidenza.

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