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Tre regole infallibili
Tre regole infallibili. Non vi sveliamo quali siano, e a dire il vero rammentiamo solo la terza, la più bella, ma poco importa: l’esordio al lungometraggio di Marco Gianfreda, già premiato cortista e sceneggiatore, merita di essere ricordato per quel che racconta, e per come. Immagini e sentimenti di un romanzo di formazione sui generis, che assevera come siano le persone a fare i ruoli, fossero pure padri e figli - e l’anagrafe non prescrittiva
Scritto dallo stesso Gianfreda, interpretato da Cristiana Dell’Anna, Matteo Olivetti e il teen Guglielmo Aquaro, ci prende e, con garbo, assertività e pudicizia, ci porta via per un triangolo di amorosi sensi: una madre single prova a rifarsi una vita, il figlio si affaccia all’adolescenza delle relazioni, il di lei compagno confligge – o forse no.
Si chiede Gianfreda, “se i ‘grandi’ non esistono, cosa ne è allora della fanciullezza?”, e la risposta è fuori di retorica: si va a tentoni, tra indugio e indulgenza, per infiniti battiti, per numerosi aneliti, per ricercate possibilità, chiedendo alla natura, giammai matrigna, la gratuità della bellezza – e dunque asilo oltre il censo.
Riti di passaggio, incertezze territoriali, problemi di crescita e altri disastri, con la sordina del buon gusto e l’ausculto dell’umano: Tre regole infallibili, meritoriamente portato in sala dalla neonata TittiMedia di Cristina Priarone, corre il rischio, anch’esso sensibile, della sottovalutazione, ma se l’autore si chiamasse Hirokazu Kore-eda saremmo a spellarci le mani e asciugarci qualche lacrima.
Ha un minimalismo vocazionale ed evocativo, la misura del ritratto – Dell’Anna e Olivetti, entrambi, sono giusti e generosi – e l’ardire delle cose ultime, come la famiglia nelle proprie idiosincratiche geometrie variabili: possono esserlo tre ragazzini, e perché irrefutabilmente sì?
Con la macchina da presa piazzata tra nature e nurture, altro tema, appunto, di Kore-eda, e la regola nell’aureo dei rapporti di moto - e “morto” - a cuore, Tre regole infallibili si presta a letture più o meno approfondite, tutte appaganti: Gianfreda lavora su iterazioni e progressivi, minimi slittamenti di senso, si cimenta nell’orizzontalità quale ricorrenza semantica, si dà da fare per meglio sentire, chiedendo all’educazione sentimentale di stupirci, spettatori e anime che siamo.
Non per quanto predichi, ma disponga: non ci sono figure magistrali, solo – padri, figli, madri ed esseri umani – discenti alla scuola della vita.
