Tolo Tolo

Zalone l'africano alla traversata del deserto: nella prima volta da regista non tutto funziona, ma l'arcitaliano colpisce ancora

27 Dicembre 2019
3/5
Tolo Tolo

Si parte, e si arriva, lì, da quel che siamo e quel che prendiamo, ospitiamo, acquisiamo, accogliamo, volenti o nolenti: Murgia e Sushi. A Spinazzola la strampalata – così tanto? – trovata di Checco Zalone non sortisce il successo sperato: lui emigra, i parenti obbligati in solido lo vorrebbero morto e, forse, saranno accontentati. In Africa “mi sarà possibile continuare a sognare”, sicché Checco cambia il verso di percorrenza, della rotta dei migranti e del suo cinema: scopre il fisco nero friendly e scansa – deve – il fiasco, ché il film è costato più di 20 milioni di euro e 40 è la misura minima da saltare.

Location in Kenya, Marocco, Malta e Italia, gestazione annosa e venti settimane di riprese, Tolo Tolo, dal 1° gennaio 2020 su 1200 e più schermi, ritrova l’arcitaliano Checco, lo rimodula su frequenze invero già toccate dal nostro cinema, da Riusciranno i nostri eroi… di Scola con Sordi a Piedone l’africano e Io sto con gli ippopotami con Bud Spencer, e lo fa anche arcistraniero, estraniandolo dalla maschera che abbiamo lungamente, largamente e copiosamente apprezzato: chi è questo Checco, e dove sta, è razzista o no, salviniano o che, bergogliano o altrimenti, e con il celentanismo come la mettiamo?

Lui esula, si sottrae, però tira dritto, e appunto cita il Mussolini del discorso di Trieste che annuncia le leggi razziali: il neoregista Luca Medici, in arte Checco Zalone, frulla Flaiano, Caparezza et alii, quelli che a grattare un italiano trovi il fascista e se ne esce con la metafora antifascista della candida, che col caldo e lo stress si palesa.

E’ il solito Checco, a tratti, preferisce “l’Isis, hanno più umanità che quella donna”, l’ex moglie; dirime tra F16, aereo, e F24, dichiarazione dei redditi; esorta indigeni colti e cinefili a “pensare all’Africa, troppa cultura e poca moneta”; saluta “il maschilismo”, così diserto e osteggiato alle nostre latitudini; si compiace della pariteticità ai bagni pubblici “tra l’abile e il disabile”; si bea che “la gnocca salva l’Africa”.
Sì, è sempre lui, che ad Agadez prende per i fondelli il Bertolucci del Tè nel deserto e cambia colore all’adagio: “Razzisti! Il vostro problema è il colore della nostra pelle”.

Anzi, sicuri sia proprio lui? C’è Mentana, c’è Giletti, c’è La lontananza sai è come il vento e Nicola Di Bari, Endrigo e De Gregori e i pezzi originali di Checco, ma l’agenda e l’enciclopedia non sono le solite, c’è un distacco tra questo e lo Zalone che fu, tra il Paese reale, quello mediatico e quello che potrebbe/dovrebbe essere.

E’ un film di faglia, Tolo Tolo, perfettibile, discutibile, ma non liquidabile. Le ambizioni sono palesi, non nella regia né nel montaggio che tradiscono ingenuità e sciatterie, ma nell’assunto: fare un film con un migrante italiano in Africa il cui attore/regista/demiurgo è il golden boy del nostro cinema da qualche lustro, che s’è dovuto reinventare e ha osato reinventarsi pescando nella melma del nostro qui e ora, dello stato dell’arte culturale, sociale e politica.

Impresa non da tutti, e il rischio di Tolo Tolo è proprio di non essere di tutti, nonostante la tensione ecumenica evidente, nonostante le convergenze parallele tra indifferenza (il Checco iniziale) e compiacenza, ignavia e accoglienza, buonisti e radical chic, neri che tradiscono e francesi fatui, insomma, quella grigia poltiglia dell’oggi e quella mediocritas che Medici e il produttore Pietro Valsecchi – è il loro ultimo film, contrattualmente – sperano aurea al box office.

Il bambino (Nassor Said Byra) si chiama Doudou, e la pronuncia è pericolosamente canin-berlusconiana, la “madre” Idjaba (bella e brava Manda Touré) forse si prostituisce, che da rotta a tratta è un attimo, Checco naviga a vista, echeggia Faccetta nera e predica che “il fascismo come la candida si combatte con l’amore” e anche, con i migranti naufraghi in mare, che “lo stronzo sempre resta a galla”.

Nonostante le apparenze, non è prendere o lasciare, ma prendere e lasciare insieme, come fa un Paese intero e forse pure la coscienza collettiva, strabica come la cicogna del finale – infelice – animato.

Perso Gennaro Nunziante alla regia, e si vede e un po’ si sente, Medici/Zalone non si rifà con Paolo Virzì, soggettista, inteso regista e poi rimasto sceneggiatore, non si sa con quale agio: l’autorialità, o supposta tale, è sempre un rischio, di sinistra ancor più, e per Checco sarebbe addirittura mortale, se non altro in termini di pubblico. Lo sa, lui per primo.

Certo, alcuni colpi vanno davvero a segno, dai migranti redistribuiti a kilogrammi per l’Europa alla parabola dimaiano-contiana-salviniana di tale Gramegna (Gianni D’Addario), che passa da disoccupato a premier senza passare dal via, dal rifiuto di Vibo Valentia quale porto sicuro alla canterina “I love you just the black you are”.

L’afropizzica è il mood, ma la pacchia è finita, e speriamo non lo sia per lo stesso Checco: il coraggio della traversata nel deserto l’ha avuto, ma per andare dove? Al botteghino il più avanti possibile, certo, ma poi?

La recensione più efficace, e il bacio della morte insieme, l’ha data in sala Nichi Vendola, che ha un gustoso e verboso cammeo: “Si sorride, più che ridere”. E in questo sorriso Checco Zalone, in arte Luca Medici, rischi di trovarsi solo solo, pardon, Tolo Tolo.

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6 Commenti on "Tolo Tolo"

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Marco
Ospite

Più sono imperscrutabili più paiono funzionare certe recensioni… In realtà si capisce gran poco.

Simone
Ospite

Pontiggia prendi ogni tanto una posizione: Pinocchio è così così, Zalone così così.. e poi ? Sei un critico non un equilibrista che non vuole perdere terreno.

Simone
Ospite

Pontiggia prendi ogni tanto una posizione: Pinocchio è così così, Zalone così così.. e poi ? Sei un critico non un equilibrista che non vuole perdere terreno

Eugenio
Ospite

Parliamoci chiaro “Tolo Tolo” è uno dei più brutti film comici di tutta l’eternità… non vuole essere un film comico, non vuole essere un film politico, strizza l’occhio alla sinistra, strizza l’occhio alla destra… in sintesi… è una minchiata e io ho buttato i soldi del biglietto!!!

Carlo
Ospite

Ma che c…o hai scritto??? Non si capisce una s..a.

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