Tina

Il dolore della memoria, le ferite che non si rimarginano, il sudore davanti a migliaia di persone, l’imperante regola dello show must go on: il talento della Turner presentato in Berlinale Special

2 Marzo 2021
3/5
Tina
Tina - cr. Rhonda Graam

La leggenda di Tina Turner ha contagiato anche il cinema. Nel 1975 per Ken Russel era la regina dell’Lsd in Tommy, nel 1985 entrava nell’immaginario di Mad Max nel terzo capitolo Mad Max oltre la sfera del tuono. Anche in quel film era una sovrana, e cantava l’indimenticabile We Don’t Need Another Hero.

Dall’autobiografia I, Tina del 1986, Brian Gilbert nel 1993 ha poi tratto il biopic Tina – What’s Love Got to Do with it. In qualche modo il documentario Tina di Dan Lindsay e T. J. Martin, presentato nella sezione Berlinale Special, sembra aggiornare il lavoro di Gilbert.

Il fulcro del racconto sono i diciassette anni della storia d’amore tra la grande cantante e Ike Turner. Già Gilbert si chiedeva come fosse possibile rimanere per tutto quel tempo con un uomo violento, che ogni sera abusava della sua partner. Lindsay e Martin non vogliono dare una risposta. Il loro obiettivo è informare, mettere in luce una vicenda sempre più contemporanea anche in seguito allo scandalo #MeToo.

Il personaggio della Turner viene descritto con calore, l’ammirazione dei due cineasti è chiara fin da subito. Tutto inizia e finisce sul palcoscenico, in un’epopea circolare dove l’uomo e la musica sono stretti in un legame indissolubile. Tanti i successi. Dalle prime hit, come A Fool in Love e River Deep Mountain High, per arrivare fino a What’s Love Got to Do with it, Help! e The Best. Esibizioni scatenate, che rendono omaggio a un’icona del rock, la prima artista afroamericana a comparire in copertina su Rolling Stones.

Milioni di dischi venduti, tournée con numeri da capogiro. Ma a Lindsay e Martin non interessa solo l’artista. Scavano a fondo, cercano di far emergere il lato personale della Turner. Il risultato è sincero, appassionato. Ancora una volta mettono in scena una parabola di rinascita, proprio come avevano fatto con Undefeated, con cui nel 2012 avevano vinto l’Oscar.

Allora una squadra di football americano raggiungeva traguardi inaspettati dopo essere stata sull’orlo della catastrofe, qui una donna con un talento unico si riprende l’esistenza dopo oltre un decennio di soprusi. Tina sa toccare le corde giuste, si rivolge ai fan e non solo, proponendosi come un progetto universale. Descrive il dolore della memoria, le ferite che non si rimarginano, il sudore davanti a migliaia di persone, l’imperante regola dello show must go on. Quattro lettere per delineare l’anatomia di una star: semplicemente Tina.

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