The War to Come

Marco Pasquini osserva lo stato di attesa permanente di un giovane soldato e il suo plotone nei territori siriani. Con rispettosa sobrietà e senza alcuna ingerenza, al Festival dei Popoli

24 Novembre 2021
3,5/5
The War to Come
The War to Come (La guerra che verrà)
“La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente…”

 

Non a caso rimanda al primo verso della celebre poesia di Bertold Brecht il documentario diretto da Marco Pasquini, autore e regista giramondo (Gaza Hospital vinse il Globo d’Oro nel 2010) che da diversi anni si concentra sul racconto della vita in zone di guerra.

The War to Come (La guerra che verrà, appunto) – in concorso al Festival dei Popoli di Firenze – si sofferma sulla quotidianità del giovane soldato Baraq, che insieme al suo plotone vive in trincea in uno stato di attesa permanente.

The War to Come (La guerra che verrà)

La guerra c’è stata, e tornerà ad esserci. Al momento però gli unici combattimenti sono quelli “virtuali” attraverso un videogame dello smartphone, o simulati durante un addestramento intensivo. Per il resto si attende, e l’attesa finisce per trasformarsi in una sorta di loop senza soluzione di continuità tra un (sognato?) congedo e l’altro.

Attraverso un’osservazione attenta e silenziosa al fianco dei membri dell’esercito siriano, il film riporta sullo schermo i tempi lenti della vita al fronte, in un conflitto che non sembra mai avere fine: sceglie la camera fissa per filmare il susseguirsi di rituali e dialoghi potenzialmente sempre uguali a loro stessi, Pasquini, e “incastra” in maniera circolare questa attesa tra il ritorno a casa di Baraq con cui si apre il film e (lo stesso) ritorno con cui il film si chiude.

Il regista Marco Pasquini

Nessun artificio apparente, nessuna attesa del miglior tramonto possibile (come accadeva ad esempio nel Notturno di Gianfranco Rosi, anche quello – a suo modo – film documentario che raccontava questi territori), La guerra che verrà (prodotto da Federico Schiavi e Silvana Costa, in associazione con Audioimage, una produzione Nacne con Rai Cinema) non insegue nessuna bellezza, circoscrive piuttosto – con rispettosa sobrietà e senza alcuna ingerenza – momenti di trascurabile normalità in una situazione totalmente anormale, l’alienazione dell’uomo, del ragazzo (“All’inizio ragioni come un civile”), chiamato a stabilire un rapporto 1:1 con il suo fucile (Full Metal Jacket vi ricorda qualcosa?), a calcolare ad occhio la distanza tra un check point e un ponte, a scavare trincee e a ricordarsi della presenza nemica per via delle mine antiuomo disseminate ovunque che, qualche giorno prima, hanno fatto saltare in aria uno dei militari di questa “ferma” infinita.

L’umanità cerchi di non perderla attraverso le chiacchiere con i tuoi commilitoni, nel momento in cui condividi il cibo. E ricordando alla donna amata di insegnare a tua figlia a non dimenticarti.

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