Il sacrificio del cervo sacro

Yorghos Lanthimos ragiona nuovamente sui concetti di colpa e restituzione utilizzando la variante classica dell'home invasion. Ma il suo cinema mortifero e post-umano lascia perplessi

26 Giugno 2018
2/5
Il sacrificio del cervo sacro
Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos

Il segnale, chiaro e inequivocabile, che Yorgos Lanthimos stesse reinventando il suo cinema come gioco vuoto ed elegante di pure forme, lo aveva dato The Lobster, il suo lavoro precedente.

The Killing of a Sacred Deer – in gara a Cannes 2017 tra molti fischi – certifica la metamorfosi definitiva. Il regista greco sembra perso.
Vellutati movimenti macchina, carrellate avanti e indietro, linee di ripresa che si intersecano secondo una punteggiatura precisa, che il montaggio restituisce come ritmica del visivo; scenari asettici, freddi;  personaggi anaffettivi, quasi incorporei (anche l’ultima frontiera dei sensi, l’atto sessuale, viene rimpiazzato da rituali necrofili).

Il mondo messo in scena irrimediabilmente postumano. Non ci vuole una grande ermeneutica per capirlo. Tutto molto esibito, trasparente: il film che si apre con un’operazione a cuore aperto in primo piano si sviluppa come puntuale, crudele vivisezione del genere umano, che Lanthimos si diverte a stendere sul tavolo autoptico.

Lo fa partendo ovviamente dalla cellula umana fondamentale, la famiglia. Borghese. Lui cardiochirurgo, lei oftalmica, corpo e mente, cartesianamente simbiotici, of course. Le simmetrie prestabilite contemplano anche la prole, maschio e femmina, lui (il minore) cocco di mamma, lei amore di papà.
Questa famiglia ha tutte le carte in regola, ma come si tiene insieme se le fondamenta sono marce?

 

La facciata della casa appare solida e opulenta, ma al suo interno le mura scricchiolano. Basta un soffio per farla crollare. E il soffio si ipostatizza in un ragazzo di sedici anni, che il cardiologo ha preso sotto la sua ala protettiva dal momento che, scopriamo, ha causato la morte di suo padre.

Scoperte le carte, il film si comporta come un classico home invasion, solo camuffato dietro volute di fumo estetico soffiate dall’unico fuoco che brucia qui, quello dell’autocompiacimento.

Ovviamente i meccanismi di genere vengono oleati da Lanthimos a forza di paradossi, fatti inspiegabili, grevi strumenti ad arco e quintalate di sadismo. Giusto per darsi un tono.

Il tono di chi sostanzialmente cerca di raccontare l’irruenza del sacro e dell’irrazionale nel temp(i)o del post-umano. Lanthimos riattualizza un sapere antico, il rapporto tra colpa e restituzione suggerendo – e sta qui l’unica intuizione del film – la sua ritualizzazione nelle forme contemporanee dell’ economia di scambio, dove esistono solo  debitori e creditori. E dove nessuno, se può, paga di tasca propria.

Lanthimos denuncia a parole ma si tira indietro nei fatti. Lui non ama nessuno dei suoi personaggi (dispiace per attori come Nicole Kidman e Colin Farrell). Non ne salverebbe nessuno.
Non chieda dunque di essere salvato da noi. Si chiama restituzione anche questa.

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17 Commenti on "Il sacrificio del cervo sacro"

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Caterina Cardinale
Ospite

bellissima, questa recensione!

Ettore Bellelli
Ospite

sono d’accordo e ho trovato particolarmente fastidiosa l’imitazione di kubrick, perfino nelle scelte della colonna sonora. visivamente comunque e’ stupendo. peccato.

Zoe80
Ospite
Corpo e mente cartesianamente simbiotici? La filosofia cartesiana poggia su uno iato fondamentale: res cogitans e res exstensa. Realtà psichica e realtà fisica, libertà versus limitatezza. Bisogno che deriva dal cogito, definendo la necessità di appurare ciò che si conosce, l’anima, da ciò che non è possibile conoscere, il corpo, perché vittima delle sensazioni esterne. Nel geniale “L’inquilino del terzo piano”, opera di un giovanissimo Polansky il quale, durante una “Fuga nelle tenebre” di austriaca memoria, si chiede(parafrasando): ” …ma se mi staccano un braccio, io cosa dico? Io e il mio braccio. Se mi staccano una mano? Io e… Leggi il resto »
Gianluca Arnone
Ospite

Non credo di aver capito bene il suo punto di vista. In ogni caso in Cartesio anima e corpo sono mescolati, intrinsecamente legati. Poi ci sono, è vero, operazioni “che sono di pertinenza della sola anima” e altre che invece sono di pertinenza solo del corpo. Ma ovviamente il richiamo a Cartesio nella recensione è duplice: al dittico corpo-anima come metafora del rapporto tra il padre e la madre del film e allo sguardo razionale e quasi geometrico di Lanthimos.

Zoe80
Ospite
Il mio punto di vista è coerente con la filosofia di Cartesio, e agli antipodi con ciò che ha scritto. Affermare che per Cartesio anima e corpo sono mescolati , quando la cifra della sua filosofia è proprio il distinguo tra anima, ciò che conosciamo e corpo, ciò che non possiamo conoscere perché soggetto alle influenze esterne, è una eresia. Eresia, sulla quale costruisce gran parte della critica. Se vuole essere particolarmente criptico , e vivere di riferimenti, dovrebbe conoscere la materia trattata. Non conosce il nucleo della filosofia cartesiana? Google le offre una varietà di riferimenti infiniti. Per quanto… Leggi il resto »
Gianluca Arnone
Ospite

Lei si ostina a propormi il dualismo cartesiano ontologico per contestarmi e mi fa capire che non vuole capire. Che siano diversi è fuori di dubbio e che vadano separati sul piano del metodo idem. Ma costituiscono o no come coppia un paradigma cartesiano? Il simbiotico era riferito a quello e non aveva alcuna pretesa metafisica. Come può ben accertarsene su google, che è quel luogo dove Polanski è scritto correttamente. Come Bunuel del resto.

Zoe80
Ospite
La scrittura automatica non assimila ciò che dovrebbe. Dovrei rileggere ogni singolo appunto, ma mi annoia, mea culpa. Ciò detto, anima e corpo possono rientrare in migliaia di paradigmi. Ma, fino a prova contraria, il paradigma non significa unione di più elementi. Nel suo incipit, anima e corpo rappresentano un unico archetipo. Tutto terribilmente sterile, perché il suo scritto non parla di cinema, fotografia o tiro al piattello. Ogni singola proposizione è ego riferita. Lei parla di se stesso, scrive di se stesso: lei è l’unico protagonista delle pellicole che recensisce. La parte più ostica della scrittura, è la costruzione… Leggi il resto »
Zoe80
Ospite

Quando le persone si trovano in difficoltà nel cogliere il significato di una riflessione, solitamente reagiscono in due modi: il primo è sintetizzato dalla domanda che mi hai fatto, il secondo è cercare di comunicare con l’altra persona. Ciò che invece si preferisce, è cercare di sminuire il contenuto che non si comprende. Non essendo allineata con ciò leggo, mi limito ad esprimere il mio punto di vista, e questo ci riporta alla tua domanda: non comprendo ergo mi limito al sarcasmo. Tutto qui( Stefano)? Perdonami, ma non so se le parentesi fanno parte del tuo nome (Shoanna)

zedegon
Ospite

Ciao Zoe ,
Stefano è il mio nome
La mia non era un’offesa…vorrei solo capire chi tu sia realmente…

Gianluca Arnone
Ospite
Incipit? Siamo almeno al secondo paragrafo ed è solo un’immagine per spiegare la costruzione a tavolino dell’autore (“le simmetrie prestabilite”). Non ho mai detto che mente e corpo fossero cartesianamente uniti (anche se il filosofo parla di separazione puramente teorica), ma in simbiosi: l’una richiama l’altro come in ogni dualismo. Era così difficile? La mia scrittura è ego-riferita, ok. Conosce una scrittura che non implichi sempre la soggettività del suo autore? O dobbiamo assumere che una recensione è una fredda misurazione da laboratorio? La critica è esercizio letterario, in cui si offre il proprio sguardo sulle cose (sempre accompagnato, ovviamente,… Leggi il resto »
Fabrizio Caligiuri
Editor

bella recensione! condivido

alina
Ospite

Lo vedrò presto, ma la recensione mi stimola ancora di più, tenuto conto che a me lobster è piaciuto pur nella sua surreale costruzione, alps forse um pò meno, ma credo sia una caratteristica del regista Vi farò sapere

Tiziana Santoni
Ospite

Da tempo immemore non soffrivo nel vedere un film: ebbene questa volta ho dovuto forzarmi per non uscire prima della fine…

Dory
Ospite

Condivido in pieno. Il film mi ha lasciata molto perplessa e tu mi hai spiegato perché. Grazie.

andrea
Ospite

quelli che il recensore indica come difetti del film, a me sono apparsi come pregi. punti di vista. tutto ossessivamente ritualistico e postumano, appunto.

Fab
Ospite

L’intera recensione è un non sequitur.
L’interpretazione del film e di un suo eventuale messaggio morale o di denuncia sociale è tanto legittima quanto arbitraria. Il parallelismo che ne segue è ancora più paradossale: dichiarare che il regista non ama nessuno dei suoi personaggi a causa del suo stile artistico è tanto infondato quanto, se anche fosse vero, giustificabile. Non tutti chiedono lo stesso da un film o da un libro affinché siano godibili.

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