The Happy Prince

L'esordio di Rupert Everett dietro la macchina da presa è un film intimista, l'altra faccia del grande Oscar Wilde

11 aprile 2018
3/5
The Happy Prince

Bisogna scendere agli inferi per trovare la redenzione. La sofferenza può distruggere o far rinascere, ma rialzare la testa è l’unica soluzione quando fuori cala notte. È la vicenda di Oscar Wilde, drammaturgo, poeta, scrittore e artista ormai imprescindibile su ogni banco di scuola. Rupert Everett, anche regista, gli presta il volto, lo coccola nelle sue gozzoviglie serali e mentre arranca nei boulevard al chiaro di luna. Il destino incombe su di lui, i benpensanti lo perseguitano, lo spingono verso l’abisso per la sua omosessualità. La macchina da presa non gli lascia scampo, catturando ogni istante del suo continuo patimento.

Non sono bastati due anni di lavori forzati e gli sputi di chi pensa di essere superiore. Ormai Wilde non è più una celebrità, è un reietto da evitare per non essere contagiati dal suo morbo. The Happy Prince non è un biopic, ma un’indagine intimista sull’origine del dolore. Troviamo Wilde in una stanza d’albergo polverosa, ormai in miseria, con gli scarafaggi che fanno a gara per arrivare in cima al letto. Lui è pesante, malato, e spende i suoi ultimi risparmi in assenzio e giovinastri. Non scrive più, quei tempi sono passati. È l’ombra di se stesso, irriconoscibile anche per i suoi amici più stretti.

La prigione ha massacrato lo spirito e l’onore, e Wilde è costretto all’esilio, perché in patria il suono del suo nome suscita sdegno. Gli rimangono le avventure, le fiabe, che racconta ai bambini per ricordarsi di avere due figli che non vedrà mai più. Chiamatelo principe felice, una statua di un’altra epoca che può vedere il mondo senza sfiorarlo. La serenità è un’utopia, che più volte Everett richiama con una dimensione onirica, con le linee narrative che si sovrappongono, in un racconto sospeso tra passato e presente.

 

Lo spartiacque è la prigione, la condanna per un’esistenza troppo “libera”. Il protagonista è un cattolico mancato, che nel De Profundis spiega la sua concezione di Dio e si rivolge ai suoi fedeli chiamandoli “discepoli”. In punto di morte chiede l’estrema unzione, come se la conversione fosse finalmente avvenuta. Un barlume di spiritualità si fonde con la dimensione pittorica, con i continui rimandi a Monet e Toulouse-Lautrec. Invece nelle scenografie e nei costumi si sente l’immancabile influenza di Visconti.

L’attenzione per l’immagine accompagna quella per la storia, alle scorribande amorose di un irlandese forse troppo snob per farsi accettare dall’establishment di Londra. La relazione di Wilde con il giovane Lord Alfred Douglas ha sconvolto un’intera nazione, ma l’omofobia è ancora ben radicata anche nel contemporaneo. Il “diverso” è sempre perseguitato, specialmente quando è l’intolleranza a guidare gli animi. The Happy Prince è un film sulla libertà che, attraverso le vicissitudini private di un grande autore, acquista un valore universale.

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