Ted Lasso

Un allenatore nel pallone, tra risate e commozione: la recensione della serie comedy vincitrice di 4 premi Emmy 2021

22 Settembre 2021
3,5/5
Ted Lasso
Ted Lasso

Pubblichiamo la recensione di Ted Lasso, tratta dal numero 12/2020 della Rivista del CinematografoScopri come abbonarti

 

Arriva da lontano la convinzione che tra calcio e cinema l’amore non sia mai sbocciato. Senza dilungarci nei motivi, diciamo che altri sport – specialmente nell’immaginario americano, dove però parliamo di football – hanno goduto di maggiore fortuna. Per di più, ormai le partite sono raccontante con una resa sempre più cinematografica: il punto di vista del portiere, i droni a sorvolare il campo, i carrelli scorrevoli laterali, l’alta definizione dell’immagine, il montaggio delle azioni. La spettacolarizzazione televisiva del calcio arriva dove il cinema manifesta la sua inadeguatezza espressiva e con la serialità la situazione non cambia di molto: lo sport occupa maggiore spazio nel racconto che parte dalla realtà (pensiamo a serie doc come The Last Dance su Michael Jordan o Formula 1: Drive to Survive) ma ha un’influenza relativa nella fiction.

Eppure c’è sempre l’eccezione. E si chiama Ted Lasso, comedy in dieci puntate che, dopo il debutto su Apple TV+ nell’agosto del 2020, sta trovando un pubblico più ampio grazie al passaparola e anche ai premi ottenuti negli ultimi tempi, in primis il Golden Globe vinto dal protagonista, il magnifico Jason Sudeikis. L’attore aveva creato il personaggio come testimonial delle pubblicità realizzate nel 2013 per la copertura della Premier League da parte di NBC Sports. Consapevole della forza comica e della complessità umana, lo ha recuperato per questa serie sviluppata con Bill Lawrence, il creatore di Scrubs, capolavoro della commedia seriale che per nove stagioni (ci sarebbe anche una decima apocrifa) ha raccontato il microcosmo di un ospedale universitario attraverso lo sguardo di un giovane medico.

Con Ted Lasso, Lawrence adotta per il mondo del calcio gli stessi strumenti amabilmente dissacranti utilizzati per il contesto medico in Scrubs. Ma se Scrubs si poneva anche come parodia e specchio deformante di un genere televisivo (il medical drama) al crocevia del romanzo di formazione, Ted Lasso non si poggia su una tradizione robusta ma si lascia contaminare da più suggestioni, dalle derive demenziali insite alle azioni dell’idiot savant al calore di una bizzarra feel good story sulle tracce di un ribaltamento di L’arte di vincere e con una spruzzata di Che botte se incontri gli orsi!. La ricchezza narrativa della serie, infatti, risiede nel sapiente equilibrio tra umorismo e malinconia, tracciando, attraverso una rocambolesca vicenda di riscatto collettivo, un percorso umano stratificato e a tratti perfino dolente.

È un personaggio meraviglioso, Ted Lasso, mediocre coach americano appena trasferitosi in Inghilterra: è stato scelto come nuovo allenatore dell’AFC Richmond da Rebecca Welton, diventata presidente dopo il divorzio e intenzionata a rovinare la squadra perché unica cosa amata dal marito. La scelta non sembrerebbe così bislacca: Lasso non ha un curriculum prestigioso ma ha conquistato quel “trofeo in questo millennio” che il club non può vantare in bacheca.

Il primo incontro tra Ted e Rebecca è memorabile: “Ho sempre pensato che il tè fosse acqua sporca marrone. E sai cosa? Non mi sbagliavo” esordisce lui, destando la perplessità della signora. E proprio il tè, bevanda nazionale che spiega un universo fatto di solide tradizioni e pomeriggi uggiosi, diventa una delle chiavi per comprendere quello che è un percorso di avvicinamento reciproco. Attorno ai due protagonisti c’è un parterre di presunti sbalestrati: il servile direttore operativo prima sottomesso a Rebecca e poi sempre più solidale con Ted, l’inappagato capitano sul viale del tramonto, il giovane bomber egoista, la disinvolta modella intrappolata nel ruolo di fidanzata del top player, il calciatore nigeriano che fatica a inserirsi, l’assistente timido e bullizzato.

Gli antieroi di Ted Lasso appaiono tutti come dei dissimulatori: sono dei “feriti a morte” che si difendono dal pericolo di un’ennesima delusione nascondendo la parte migliore – o comunque la più accettabile – di se stessi. Pensiamo solo a Rebecca, che costruisce le condizioni per la retrocessione pur di vendicarsi e passa buona parte della serie a combattere con la possibilità di far germogliare quella speranza seminata da Ted: un lento scongelamento che la straordinaria Hannah Waddingham rappresenta benissimo calcolando diffidenza e curiosità, ferocia e sentimento.

Loser che incarna l’antitesi eroicomica di una nazione drogata dal culto della vittoria, Ted è l’americano gentile e pasticcione che finisce per disinnescare il cinismo, l’insoddisfazione, la sfiducia, la vocazione all’infelicità di un gruppo di inglesi immalinconiti, peraltro ancora più isolati dal mondo dopo la Brexit. In Ted, quarantenne folgorato da All That Jazz e dedito alla beatbox, c’è la quintessenza dell’americano medio, curioso e incolto ma capace di infondere il bisogno della speranza, la fiducia nel futuro, la necessità di credere nel miracolo. Temi che, a ben vedere, fanno parte di quasi tutti i film statunitensi a tema sportivo.

E tuttavia la forza della storia non risiede tanto nel pur funzionale discorso sportivo. Dichiarando sin dal titolo il focus singolare di un racconto comunque collettivo, Ted Lasso è la commedia di un uomo disperato che coglie al volo l’occasione di rendersi utile in nome di un grande progetto. L’aspetto interessante sta proprio nell’accostare elementi demenziali (il getto d’acqua della doccia sparato contro il bomber, il tè sputato in faccia alla presidentessa, le battute surreali) a spiazzanti lampi drammatici.

“Credi nei fantasmi, Ted?” gli chiedono, e lui risponde che, sì, ci crede, “ma devono essere loro a credere a loro stessi”. Sembra una boutade, eppure è la spia di un disagio. Ted Lasso è pieno di momenti in cui il protagonista si scopre disarmato di fronte ai contraccolpi della memoria, devastato mentre guarda le foto del figlio lontano, immerso nel vuoto racchiuso dalla parete del soffitto. Un uomo solo con il suo dolore: “Michelle – dice all’ex moglie in una telefonata che fa da spartiacque in tutta la serie – ti amo, no, tranquilla, non sei obbligata, ok – e ride – d’accordo, notte!”. Scintille struggenti che esplodono proprio perché inserite in una commedia davvero irresistibile e spassosa. Già rinnovata per una seconda stagione, attualmente sul set.

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