Sweet Country

Il western come genere di denuncia, in un viaggio nei tormenti delle nostre esistenze. L'outback australiano da brividi, in Concorso

6 Settembre 2017
4/5
Sweet Country

Il western crepuscolare abbraccia il dramma degli aborigeni, in un racconto che mette l’uomo al centro del suo universo. Il Far West abbandona l’America di Ford e di Hawks per sbarcare in Australia, dove il mito della frontiera si è ormai sopito.

Non esiste nessuna terra di conquista, il cowboy bianco schiavizza l’uomo di colore e John Wayne non cavalca verso l’orizzonte. Non è una terra per eroi. Va in scena la tragedia della quotidianità, il travaglio intimista di chi crede ancora nell’uguaglianza. La violenza insanguina l’Australia, gli indigeni patiscono le pene dell’inferno e sembra che nessuno voglia sfidare a duello i loro carnefici.

La natura, con tutta la sua bellezza incontaminata, ospita l’orrore di chi non crede più nella vita. Il contrasto si materializza in Sweet Country, dove la terra scopre la dolcezza solo nei suoi frutti, nelle angurie che un bambino non può permettersi senza assaggiare la frusta del padrone. E poi il silenzio. Siamo soli nelle nostre sofferenze. Nel buio di una camera, una donna perde la sua dignità, e niente può salvarla. Il colore della pelle la costringe ad abbassare il capo e a portare in grembo un bambino figlio della follia. L’aridità del deserto contamina l’anima, scava nel profondo e si porta via ogni capacità di amare.

Il titolo, nella sua ironia, lancia un grido di speranza. Richiama alla giustizia un mondo che sembra essersi dimenticato le sue stesse leggi. È la pistola a comandare, non il tribunale, la chiesa o qualsiasi altra istituzione. Difesa, anche se legittima, e aggressione hanno lo stesso suono. Si sentono le urla, e poi ancora silenzio. Anche la colonna sonora non ammette musica, ma solo il rumore degli zoccoli, le porte che sbattono e il tuonare dei fucili.

La macchina da presa si sposta con lentezza, per non disturbare la quiete prima della tempesta. Cattura gli sforzi di Fred, l’unico veramente onesto, che cerca di salvare l’innocente portato al macello. La vittima si chiama Sam, un servo della casta bianca che non può sottrarsi al demonio chiamato Harry, un reduce di guerra sempre attaccato alla bottiglia e alle sue perversioni. Sam spara ad Harry, ma non è un assassino. La rivoluzione non impugna l’accetta del The Birth of a Nation di Nate Parker, dove il predicatore inneggiava alla libertà con la Bibbia in una mano e la scure nell’altra.

In Sweet Country la tradizione, la vera identità delle popolazioni australiane prima dell’arrivo di Cook, rivendica l’Outback, non con le armi, ma con la mente. Le catene possono imprigionare il corpo, non le idee, le origini e la necessità di sapere chi siamo.

Il regista Warwick Thornton scruta nell’anima dei suoi personaggi con uno stile sobrio, diretto, che colpisce con la potenza delle sue immagini. Non ha paura di inquadrare lo scempio, di affondare la cinepresa nel marciume del razzismo. Il western si trasforma in un genere di denuncia, in un viaggio nei tormenti delle nostre esistenze. Appassionato, intelligente, coraggioso, Sweet Country è il cinema che non vorremmo mai smettere di vedere.

 

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