Stronger

Jake Gyllenhaal punta l'Oscar con l'eroe senza gambe dell'attentato alla maratona di Boston. In un film che è un piccolo gesto di rivolta contro il cinismo

3 Luglio 2018
3/5
Stronger
Stronger

Diamo atto a David Gordon Green di aver maneggiato con cura la storia di Jeff Bauman, l’eroe senza gambe sopravvissuto all’attentato alla maratona di Boston del 2013, simbolo di una città che piange al terrorismo ma non si piega, si rialza e guarda dritto, si sostiene e va avanti. Storia tra le storie di Boston Strong, ad altissimo tasso di rischio per le potenziali implicazioni patetiche legate al tema, la vittima giovane, la casualità che ci riguarda, la spaventosa lacerazione fisica, e dopo l’ospedalizzazione il trauma, il complicato ritorno a casa, la morsa del compatimento, sentirsi – obtorto collo– di peso.

Stronger
racconta tutto questo con serena canonicità, senza mai fingere di essere altro da una storia di buoni sentimenti, dalla progressione quasi scontata, la metrica sentimentale che si segue a memoria, l’happy end che stringe lo spettatore in un abbraccio. Ma è la misura con cui Gordon Green tiene il tutto a fare la differenza e a trattenere il ricattatorio, la padronanza del pathos, come se avesse la mano sicura sulla manopola delle emozioni, né troppo né troppo poco, come si conviene a chi teme più della commozione il pudore senza cuore.

Stronger è il migliore lavoro del regista americano, per come tiene stavolta la sommessa inquietudine personale dentro una mitologia comunitaria credibile, non grottesca ma sempre colma di irregolari e umana fragilità (in primis in famiglia). Sono quei volti così unici, americani, a tenere insieme la baracca. Lo sa Bauman, lo sa Green, che tiene la mdp stretta su di loro, ritrovando nello sguardo smarrito del protagonista il suo, in quello dei cari una benefica comfort zone.

Un percorso di rinascita post res perditas, che Green carica sulle spalle di un Jake Gyllenhaal in formato Oscar, le corde giuste di un recitato intenso ma non ridicolo, l’intontita espressività dell’uomo-bambino e poi la luce che affiora e che segue il bambino divenuto uomo, da una responsabilità che non compete ma va accettata all’assunzione responsabile di una nuova salvifica possibilità di stare al mondo.
Il cinema americano si conferma inesauribile fabbrica di eroi, ma Stronger non è solo un simbolo, una maschera rispettabile del fideismo stelle e strisce ma un uomo che si offre e ci offre un piccolo gesto di rivolta contro il cinismo.  Non l’alfiere di un grande Paese ma il barelliere di un mondo ferito.

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