State Funeral

Il programmatico Loznitsa e la Russia attraverso lo specchio (del tempo). Per pochi, significativo, ma qualche minuto di troppo. Fuori Concorso a Venezia76

6 Settembre 2019
3/5
State Funeral

Loznitsa persevera. Il suo, letteralmente e non, è uno sguardo fisso. Sulla Russia, quella di oggi, ma riflessa o prefigurata dalle sue radici, dall’URSS e da Stalin. Tant’è che con State Funeral, documentario fuori concorso a Venezia76, ne osserva il primissimo scricchiolio, la veglia funebre del dittatore stesso.

Strano, si potrebbe pensare. E invece no, perché proprio alla morte era a tal punto manifesta l’adorazione e l’idolatria della grandissima parte del popolo sovietico nei confronti della sua persona-personalità. Il documentario si chiude con un riferimento alla successiva destalinizzazione, ma non è forse il dubbio che si insinua nello spettatore, dopo 2 ore e un quarto di pellicola composta interamente di materiale d’archivio senza interventi esterni di alcun tipo (montaggio a parte)?

Il dubbio che, forse, la destalinizzazione sia stata disposta, ma non altrettanto energicamente imposta. Non come, in senso contrario, aveva fatto invece il “Generalissimo. Josif Vissarionovic Stalin, nome pronunciato centinaia di volte (e udito migliaia) nella pellicola, sempre col medesimo sillabico incedere, a mo’ di formula, di rituale, era un dio per il suo popolo.

Impossibile non realizzarlo, da spettatori abitanti dell’odierna civiltà occidentale, usi al concetto di religione monoteista. La sua figura era oggetto di culto, nientemeno, e radicata con forza tale nei subconsci da suscitare una collettiva reazione freudiana, e edipica, alla sua morte. Stalin è morto, lunga vita a Stalin. Quantomeno al sogno della sua dottrina, il comunismo.

Certo è che data l’assoluta impalpabilità, voluta e ormai cifra stilistica, del regista e la consistenza significante, o inquietante, di ciò che ci mostra, questo State Funeral si dilunga forse un po’ troppo. Un paio di volte ci sembra di imbatterci nel finale perfetto, solo per rimanerne disattesi. Ma l’abbiamo detto all’inizio: Loznitsa persevera, il suo è uno sguardo fisso e non fa sconti alla verità, intende mostrarla a tutti i costi, dovesse continuare a ricercare prezioso materiale d’archivio per sempre.

Il vero premio, ad ogni modo, ottenuto solo con paziente fatica o fortuna sfacciata, è la cattura di attimi, unici e irripetuti, effimeri e forse persino illusori, all’interno di un mare di immagini importantissime, come massa, ma singolarmente di rado indistinguibili. Come quel piccolo, fugace sorriso, che una sola donna in tutto il lungometraggio accenna, durante l’annuncio al megafono (uno dei tantissimi) della morte di Stalin.

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