State a casa

Quando il virus siamo noi. Al solito fresco e intelligente il cinema di Roan Johnson, che mescola stavolta dark comedy e tragedia brillante

30 Giugno 2021
3/5
State a casa
State a casa - Foto Paolo Ciriello

“Questa è la storia di un virus. Non un virus che arriva dagli animali, ma uno di quelli che nasce nello stesso organismo che lo ospita. Che infatti gli chiede: ‘Oh, ma non è che mi uccidi?’.  – ‘Ma sei scemo? Se ti uccido muoio anch’io’. Così l’organismo e il virus si ripetono ‘fino a qui tutto bene’. Fino a che ormai morente l’organismo fa: ‘Non avevi detto che non m’ammazzavi?’ – ‘Lo so. Ma questa è la mia natura. Sono un virus molto stupido’. L’organismo è la terra. E il virus siamo noi”.

Dopo il felice exploit di Piuma (2016) e le più recenti esperienze televisive con I delitti del Barlume e i due C’era una volta Vigata (La stagione della caccia e La concessione del telefono), Roan Johnson – costretto anche forse dalle contingenze – torna al cinema “due camere e cucina” che, nel 2014, gli aveva regalato ottimi consensi (e il Premio del pubblico alla Festa di Roma) con l’opera seconda Fino a qui tutto bene, per raccontare l’ultimo weekend di coabitazione di un gruppo di studenti universitari a Pisa.

Le contingenze, dicevamo. Se solamente sette anni fa il regista anglo-italiano scriveva (con la sodale Ottavia Madeddu) e dirigeva una commedia fresca, vitale e libera, catturando un momento spartiacque di un’esistenza “collettiva” che di lì a poco avrebbe visto i suoi protagonisti intraprendere un percorso altro, oggi, inevitabilmente, è costretto ad immaginare un altro tipo di convivenza, d’improvviso forzata dallo shock pandemico con il mondo fuori bloccato e, di conseguenza, con un appartamento/teatro della scena che diventa lo stesso sia che ci si trovi a Milano, Roma, Parigi o New York.

Roan Johnson sul set del film – Foto Paolo Ciriello

I quattro attanti sono gli under 30 Paolo (Dario Aita), Benedetta (Giordana Faggiano), Nicola (Lorenzo Frediani) e Sabra (Martina Sammarco), coinquilini da tempo che, fermati dal contagio, finiranno per affrontare ombre ancor più grandi, perché il virus più pericoloso è quello che si nasconde, appunto, nella natura umana.

Al solito abile nel restituire già dalle prime battute una credibilità tanto ai personaggi quanto ai dialoghi, Johnson si affida con disinvoltura alla genuinità di volti nuovi e seminuovi (financo ringraziandoli nei titoli di coda per l’apporto continuo in fase di riscrittura del film a riprese in corso), costruendo un’anomala commedia nera che via via costringe a continui “cambi di prospettiva”, proprio come il serpente “domestico” che dà il là alla vicenda, trovando un’inaspettata libertà dalla consueta teca per andarsi a nascondere negli anfratti della casa, fino a cambiare (letteralmente) pelle.

Ecco, attraverso il pretesto di una vendetta tutto sommato condivisibile – ai danni del losco, viscido, sessuomane padrone di casa interpretato da Tommaso Ragno – si mette in moto un meccanismo incontrollato che porterà ad un crescendo di tensione e delirio, ad un contagio fisico e mentale dal quale sarà impossibile fare ritorno.

Certo, non tutto è oliato alla perfezione, qui e lì si poteva sfrondare qualcosa, ma resta indubbia la vitalità di un tentativo (riuscito) di mescolare dark comedy e tragedia brillante, ragionando peraltro sulla deriva psicologica e comportamentale che, in maniera trasversale, finisce per riguardarci tutti. Anche i più illuminati.

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