Shorta

Poliziesco senza morale, anzi, amletico, come da tradizione danese: già alla SIC di Venezia 77, che qualcuno lo distribuisca in Italia, l'esordio di Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid

18 Settembre 2020
4/5
Shorta

“I can’t breathe”. Prima di George Floyd, Talib Ben Hassi, un diciannovenne preso in custodia dalla polizia. E, prima, bloccato con un ginocchio sul collo. Dove l’avevamo già visto? No, prima viene il caso di cronaca danese cui si ispirano Anders Ølholm (1983) e Frederik Louis Hviid (1988) per l’opera prima Shorta, espressione araba per polizia, in cartellone alla Settimana della Critica di Venezia 77.

È un perfettibile ma grande film, che opacizza I miserabili di Ladj Ly sparigliando certezze e spogliando morale, predicando un’ambiguità laica, in cui L’odio kassovitziano è solo una delle opzioni, e le banlieue – qui amletiche per davvero – hanno geometrie variabili perfino rispetto alla dinamica vecchia come il mondo di poliziotto buono e poliziotto cattivo.

Tanta roba, padroneggiata con sprezzo del luogo comune e potere all’immagi(nazio)ne: al macero il drone saputello del sopravvalutato, da voi, Ladj Ly, qui il video arriva prima, segnala la posizione del nemico, il suo operato e, forse, la sua fine. Un GPS buttato nella mischia di troppo cinema di genere senza quid. Primum riprendere deinde philosophari, e in mezzo un tot di recinti “morali” divelti, colonne d’Ercole del politically correct sfanculate, spirito di corpo – questa è per i romani… – non in Shorta: proselitismo mussulmano, razzismo poliziesco, no future giovanile, apprensione materna o bottegaia, l’esordio di Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid ci insegna senza ex cathedra che il problema non è solo l’atterraggio, ma la caduta nell’immaginario collettivo qui e ora, nello Zeitgeist ipocrita e tremebondo degli Anni Dieci e Venti.

Dunque, se proprio vogliamo trovare un parallelo transalpino più il Jean-François Richet di État des lieux e Ma 6-T va crack-er, dunque Jens (Simon Sears) e Mike (Jacob Lohmann), agenti agli antipodi, il primo pulito ma ignavo, il secondo à la Ellroy ma con le palle e, chissà, un cuore: sono di pattuglia nel ghetto – si può dire? – di Svalegården quando la radio annuncia la morte di Talib, facendo esplodere la rabbia dei giovani abitanti.

Quis custodiet ipsos custodes? I due registi ne fanno bersaglio mobile e dialettico, un colpo al cerchio dell’autorità e uno alla botte dell’umano, troppo umano, che sconfessa confini, aborre manicheismi, elude discernimenti. Il presente è una terra straniera, la merda oltre la cintola, la scena del crimine oscena, la verità plastica, anzi, di plastica: la via d’uscita dal ghetto – si può dire? – è possibile, ma a che costo?

Non tanto per Robocop Mike e aporico Jens, ma per lo spettatore: che succede con un film di genere che si prende gioco, e sfida, della morale?

Che qualche distributore illuminato – con tutto il ciarpame che ci comminano non deve essere difficile – ce lo porti in Italia, per ora complimenti a Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid, e al delegato della SIC Giona Nazzaro e i suoi selezionatori: uno dei titoli migliori di Venezia 77.

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