Un affare di famiglia

Piccoli affari sporchi in famiglia: il nipponico Kore-eda Hirokazu ritrova le sue geometrie relazionali, con qualche debolezza

11 settembre 2018
3,5/5
Un affare di famiglia

Taccheggi formato famiglia: il regista e sceneggiatore nipponico Kore-eda Hirokazu è partito dalla constatazione che “solo i crimini ci tengono insieme”. E ha messo davanti alla macchina da presa del suo nuovo film, Shoplifters, in concorso a Cannes 71 le frodi sulle pensioni e i genitori che obbligano i figli al taccheggio: “reati particolarmente osteggiati in Giappone, ma mi domando perché la gente sia così arrabbiata di fronte a queste infrazioni minori laddove c’è chi viola la legge più gravemente senza alcuna condanna”.

Ecco dunque Osamu (Franky Lily, era il padre disagiato di Like Father, like Son) e il figlio Shota (Kairi Jyo) far ritorno a casa dopo un furtarello al supermercato e imbattersi nella piccola, maltrattata e abbandonata Juri (Miyu Sasaki), prenderla con sé e presentarla agli altri membri della famiglia: sua moglie Nobuyo (Ando Sakura), la cognata Aki (Matsuoka Mayu), la madre Hatsue (Kiki Kirin). Pur povera, mal accomodata in una casetta di legno e un tot disfunzionale, la famiglia sembra felice, affiatata, affettuosa, ma sarà proprio così?

Non diceva forse Lev Tolstoj che “tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”? Senza svelare inutilmente, e nocivamente, dettagli della trama, Shoplifters riconsegna il Kore-eda specializzato nelle geometrie variabili della famiglia, dalla sorellanza alla paternità (biologica e culturale), dai rapporti di coppia alla camera altezza bambino: quello che conosciamo e apprezziamo da tempo, insomma, capace di capolavori (Like Father, Like Son, 2013) o meno (Umimachy Diary, 2015).

Qui siamo sul secondo versante, ché se ci sono sequenze e interpretazioni – il bambino è bravissimo, e pure il padre – che toccano dentro e mettono allo specchio, nondimeno, il meccanismo narrativo è perfettibile: più di qualche inverosimiglianza, non elusa da un certo afflato fiabesco; più di qualche ellissi colpevole; più di qualche semplificazione nello scioglimento.

Insomma, non latitano simpatia per gli ultimi, discernimento valoriale – talvolta, si sa, il fine giustifica i mezzi, anche perché “le merci al supermercato non sono di nessuno”, predica il padre – e sensibilità di tratto, ma mancano risolutezza poetica e compattezza drammaturgica: chi li ha rubate?

1
Lascia una recensione

avatar
1 Comment threads
0 Thread replies
0 Followers
 
Most reacted comment
Hottest comment thread
1 Comment authors
alina Recent comment authors
più nuovi più vecchi più votati
alina
Ospite
alina

A me è piaciuto molto, se pure nella sua costante lentezza. La storia e la sua narrazione mi hanno trasportata in un mondo e una cultura differente e particolare su temi quale famiglia, povertà, disagio sociale, affetti…
Ottima l’interpretazione dei due bambini e la scelta un pò claustrofobica del regista di girare in spazi così ristretti Non si può molto raccontare va visto.

2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy