Shab, Dakheli, Divar (Beyond the Wall)

Intrecciando realtà e immaginazione, Vahid Jalilvand racconta il trauma del popolo iraniano: un po' troppo programmatico ma con molta empatia. In Concorso

8 Settembre 2022
3/5
Shab, Dakheli, Divar (Beyond the Wall)
Credits: Ali Jalilvand

Dopo i due premi (regia e attore) ottenuti nel 2017 con il precedente Il dubbio, presentato in Orizzonti, l’iraniano Vahid Jalilvand arriva in Concorso a Venezia 79 con Shab, Dakheli, Divar, con quel compito (gravoso) di cui spesso sono investiti gli autori del medio oriente: raccontare una storia che sia in grado di coinvolgere gli spettatori ma anche – direttamente o meno – di offrire uno spaccato socioculturale di quei territori talvolta trattati con semplificazioni e banalità dalle narrazioni ufficiali.

Per fortuna Jalilvand rifugge la scorciatoia della parabola didascalica e prende una strada meno lineare, chiedendo allo spettatore di muoversi tra due spazi allegorici, due dimensioni speculari: l’uno chiuso e assediata, l’altro aperto e minaccioso.

Il titolo internazionale di Shab, Dakheli, Divar è Beyond the Wall, e proprio nell’immagine evocata (“oltre il muro”) c’è l’immagine fondamentale – e la chiave di lettura, piuttosto evidente per i più smaliziati – di questo film straniante e perturbante. Che si apre con un tentativo di suicidio, presto interrotto, dentro un bagno squallido: è il segno che ad Ali, il morto mancato, spetta il ruolo principale, e quando scopriamo che il pover’uomo è cieco capiamo che il terreno scelto dal regista è quello della metafora.

Ali non vede, non sappiamo bene perché (lo sapremo, forse, più o meno), e si rende conto che nel suo appartamento si è rifugiata Leila, in fuga dalla polizia che l’aveva fermata per aver partecipato a una protesta operaia. Ferita e sconvolta, la donna è scappata da un furgone incidentato per mettersi alla ricerca del figlio, smarritosi nel caos della rivolta. Anziché denunciarne la presenza in casa, Ali decide di aiutare la donna. A tutti i costi.

Credits: Ali Jalilvand

Si rischia di dire troppo, parlando di questo film che riesce a toccare l’emotività dimostrandosi al contempo smaccatamente metaforico: Jalilvand trova la misura del suo dramma istintivo nei modi e razionale nello schema evidenziandone la paura e l’angoscia e sottolinea la tragedia di un popolo convocandone figure con le quali possiamo entrare in empatia (una madre disperata, un uomo isolato).

Per come è pensato e messo in scena, Shab, Dakheli, Divar rischia di far esaltare maggiormente la sua struttura piuttosto che la storia, con l’intreccio tra i due piani narrativi a volte farraginoso e i continui salti tra realtà e immaginazione che ben presto espongono il film allo svelamento della sua progettualità. E lo si capisce bene nella pedante parte finale, che quasi sembra non avere completa fiducia nello spettatore e nella sua comprensione del testo.

Al netto di tutto, è però un film senza retorica (se non in qualche eccesso recitativo) che si mette in ascolto di un popolo e ne restituisce il dolore, collocandosi all’interno di un discorso metaforico sulla prigionia (dei corpi e dell’anima, della rappresentazione del reale e dell’immaginario che travalica le contingenze), dove la guerra è un trauma collettivo che ricade sul personale, lasciando tracce indelebili (il disagio mentale, l’ossessione, la paranoia, l’infermità). E però con la speranza che dai rapporti umani, anche quelli più imprevedibili, può esserci il seme di una nuova unione.

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