Se la strada potesse parlare

Da James Baldwin, Barry Jenkins adatta l'amore coatto di una coppia afroamericana nella Harlem anni '70, ma è una via di mezzo

22 Gennaio 2019
2,5/5
Se la strada potesse parlare

Se la strada potesse parlare, chissà che direbbe, e chi scagionerebbe. Dopo il successo di Moonlight, tre Oscar nel 2017 tra cui miglior film, Barry Jenkins scrive e dirige l’adattamento da James Baldwin, If Beale Street Could Talk. La via primigenia è situata a New Orleans, “dove – scrive Baldwin – sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz”, e incarna l’eredità afroamericana, ma quella della storia è ad Harlem, “è una strada rumorosa”, “al lettore il compito di discernere un significato nelle percussioni dei tamburi”.

Qui, nei primi anni ’70, la diciannovenne Tish (l’esordiente cerbiatta Kiki Layne) e il ventiduenne Alonzo Hunt, detto Fonny (Stephan James), sono arrivati ad amarsi dopo una lunga amicizia: progettano di andare a vivere insieme e, nonostante le ristrettezze, sono felici. Ma il ragazzo viene arrestato per uno stupro che non ha commesso: la madre di Fonny confida solo in Dio, il padre si sente impotente, le sorelle non pervenute; il padre di Tish si dà da fare, la sorella sostiene, la madre è pronta a tutto. Basterà? La discriminazione nei confronti dei neri è acuta, finire in carcere da innocenti è la norma, Fonny riuscirà a uscirne?

Attori assai bravi, dai protagonisti a Emmy Regina King e Colman Domingo, Jenkins gira bene, anche se ha un gusto discutibile per sfocature ed effetti più consoni a un filmino di matrimonio, la storia ha una sua dignità, ci mancherebbe, eppure le premesse non vengono pienamente realizzate: Se la strada potesse parlare è un po’ moscio, un po’ pastorizzato, non potendo beneficiare su un conflitto reale, giacché né le tensioni familiari né socio-ambientali sono debitamente esplorate, per tacere dei dissidi di coppia, che al più si risolvono in una busta di pomodori spiaccicata sul muro. Tutto è esemplare ma senza allungamento, paradigmatico ma non radicale, insomma, è una via di mezzo, questa Beale Street.

Non c’è pugna, né guadagno, rimane un compitino onestamente eseguito, con qualche caduta di stile, qualche oleografia black, qualche momento estatico tra Tish e Fonny. A proposito, ma che brutte sono le sue sculture lignee?

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3 Commenti on "Se la strada potesse parlare"

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alina
Ospite

perfettamente d’accordo con Lei!

Mariapia guidi
Ospite

Argomento interessante, regista esasperante!

Bruna
Ospite

Sì concordo, film molto dignitoso ma la storia non decolla mai. A tratti noioso, il messaggio sulle lotte civili dei neri negli anni 70 rimane sopito

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