Saint-Omer

L'opera prima di Alice Diop è da Leone: campo e (voce) fuoricampo per un sorprendente dramma processuale sull'infanticidio

7 Settembre 2022
4/5
Saint-Omer

L’unica opera prima – su ventitré titoli, fa riflettere… – del Concorso di Venezia 79 è un grande film. La regista francese di origini senegalese Alice Diop non è digiuna di cinema, ma si è sempre espressa col documentario, per esempio Nous del 2021 premiato a Berlino: Saint Omer è il suo debutto nella finzione.
Sebbene di finzione invero ce ne sia poca: “Nel giugno del 2016 ho assistito al processo di una donna che aveva ucciso la figlioletta, abbandonandola su una spiaggia in Francia con l’alta marea. Ho pensato che la donna avesse voluto offrire la figlia al ‘mare’, una ‘madre’ ben più potente di quanto non potesse esserlo lei stessa”.

Scrivendo a quattro mani con la celebre Marie NDiaye, Diop è partita da qui, dal fatto di cronaca, forse il più efferato: l’infanticidio, e ne ha tratto un dramma processuale, il tribunale di Saint Omer nel dipartimento di Calais, trasponendo la sua osservazione in quella di Rama (Kayije Kagame), giovane scrittrice che segue il dibattimento per informare la rivisitazione letteraria del mito di Medea a cui sta lavorando. Ma il comportamento refrattario dell’accusata rea confessa, Laurence Coly (Guslagie Malanda), finirà per sindacare la sua stessa maternità, giacché Rama è incinta di quattro mesi.

Davanti a un tema così dolorosamente sensibile il rischio della morale, del farla, è ancor più sensibile: Diop non svicola, l’approccio è morale, a corroborare un “film che intende sondare l’indicibile mistero di essere madre”. Ma a defletterne la portata moraleggiante, il predominio dell’istanza etica – e giudicante – sul racconto, è la volontà di forma cui Diop esplicitamente non si sottrae: l’espediente stilistico è la divaricazione tra immagine e suono, ovvero l’inquadratura di un soggetto che ascolta le parole di un secondo soggetto in fuoricampo.

Questa efficace costruzione, a privilegiare fattivamente e metaforicamente la ricezione sull’enunciazione, non è quello della voce off, ma dell’immagine off: in breve, potere alla parola, il vero precipitato dei lunghi pianosequenza o, meglio, lunghe inquadrature. Anziché l’ovvio campo e controcampo, dunque, Diop opta per un andamento campo e fuoricampo, che insieme rende più avvincente il film e permette allo spettatore di entrare lui stesso in aula.

Con esiti importanti: l’elaborazione del lutto incardinata nel processo giudiziario e contrappuntata da Rama porta Saint Omer a una dimensione tragica insolita e davvero non peregrina, che evoca epica e mitologia complice la Medea di Pasolini.

Sa Dio quanto ne abbiamo bisogno, basti pensare alla triste vicenda dell’infanticida Alessia Pifferi. E sa Dio quanto il cinema francese ultimo scorso, basti pensare al Leone d’Oro 2021 di Audrey Diwan, L’évenément, un paradossale survival movie sull’aborto, sappia buttarsi nell’agone civile, maneggiando stilisticamente temi pe(n)santi.

Laura Poitras, Joanna Hogg e, ancor più, Alice Diop: le registe di Venezia 79 sono poche ma buone. Saint Omer può legittimamente ambire al Leone. Pasolini e Callas, la cui Medea Rama guarda, gradirebbero. Ineludibile, infine, la potenza della riflessione sull’identità: a quella di genere si accompagna quella razziale, due donne nere così vicine così risonanti.

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