Room

Reclusione, venuta al mondo e alfabetizzazione relazionale: il thriller di Lenny Abrahamson, ad alto voltaggio emotivo

2 Marzo 2016
3,5/5
Room

Stanza, e poi Porta, Lavandino, Armadio. Senza articoli, che non ce n’è bisogno: sono i soli, ciascuno un unicum, che il piccolo Jack (Jacob Tremblay) abbia mai visto. Non è solo lui, in Stanza c’è anche Ma (Brie Larson), la madre: condividono 10 metri quadri e il sole sparuto che entra dal lucernario, sono – scopriremo – in un capanno.

Tutto è razionato, c’è solo un Premio della Domenica a sparigliare la routine: sta a loro decidere che vogliono, candeline o jeans, e Old Nick (Sean Bridgers) le soddisferà. E’ lui che le tiene in quella Stanza, lui che porta loro il cibo e richiude la porta andandosene all’alba, ogni alba, dopo essere stato a letto con Ma: spesso, Jack osserva da Armadio. Con la madre è simbiosi: stiracchiamenti, torte di compleanno – il quinto di Jack – da preservare dai topi, denti che cadono a Ma e trovano posto nella bocca di Jack. Di due uno. Un prigioniero, un recluso. Fino a quanto?

Premio del Pubblico a Toronto, è Room di Lenny Abrahamson, tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue, qui sceneggiatrice. Quello di Jack è un mondo forzatamente a parte, un mondo che esclude gli altri, ridotti ad alieni, un mondo che ha proprie regole, una propria lingua e, purtroppo, alcun sistema aperto: che succederà quando e se Jack e Ma usciranno da quella tana, da quell’hortus conclusus?

Make Room for your love, fate spazio per i vostri sentimenti, perché grazie alla bravura e all’empatia di Larson e la new entry Tremblay il coinvolgimento emotivo vien da sé: prima la trepidazione per la sorte dei due prigionieri, poi altra suspense per il processo di riabilitazione, ovvero di venuta al mondo. Il film non lesina battiti, ma cerca di tenere a bada il ricatto: se di ricatto si può parlare, non è nell’enfasi, bensì nell’ambiguità del racconto, che distilla i passaggi più critici della storia di Ma (e Jack) e ne scadenza l’eventuale esplicitazione con una punta di sadismo.

Poca roba, comunque, perché l’alfabeto affettivo della prigionia e della liberazione di Jack apre all’emozione cinematografica: più per il pubblico che per la critica, ma Room è film più che discreto. Avercene.

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