Romanzo di una strage

Piazza Fontana secondo Marco Tullio Giordana: forse la verità non esiste, ma giustizia è fatta. Ovvio, al cinema

29 Marzo 2012
3/5
Romanzo di una strage
Romanzo di una strage

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.37. Un’esplosione alla sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana: 14 vittime, altre 3 dopo poche ore, 90 feriti. “Una caldaia”, si disse nell’immediato, ma così non era. Eppure, tra servizi e segreti, anarchici e neofascisti, Cia e quant’altro, giustizia non è stata fatta. Allora cinema, allora Romanzo di una strage.
Che il titolo del nuovo film di Marco Tullio Giordana scimmiottasse Romanzo criminale – d’altronde, produce sempre Cattleya – era un’opzione, anche fastidiosa, ma così non è: al contrario, viene dal celebre articolo di Pasolini sul Corsera del 14 novembre ’74, “Cos’è questo golpe? Il romanzo delle stragi”. PPP concludeva: “I so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove”. Dunque, è l’arte – sia letteratura che cinema – a doversene prendere carico, a giudicare “sapendo” ma non potendo dimostrare.
Nelle note di regia, Giordana scrive: “Oggi, passati più di 40 anni, queste prove sono diventate finalmente accessibili, a disposizione di chiunque voglia davvero sapere. E’ giunto il momento di raccontarle, di tirarle fuori”. Esagerato, anche fuorviante (del resto, il claim è “La verità esiste”), ma non è il punto: la fragile, manchevole verità di questo Romanzo, se c’è, non è storica, ma cinematografica. Non è necessariamente una diminutio, ma come potrebbe essere altrimenti?
Calabresi (Valerio Mastandrea, sensibile) e Pinelli (Pierfrancesco Favino, appassionato), Valpreda e Moro (Fabrizio Gifuni, compunto), il golpe e i golpe, siamo noi, siamo l’Italia ultima scorsa: soprattutto, siamo le vittime, cui il film è dedicato. Titoli di testa per loro, e in coda quelli delle morti esemplari – da Pinelli a Calabresi – e della verità processuale che esemplare, soluta e resoluta non è stata, non è e – crediamo – non sarà. In altre parole, e qui sta la sottile linea rossa del film (il suo merito più folle, più precario e insieme più urgente), la giustizia che non hanno avuto, non la verità che i familiari, i parenti delle vittime e noi tutte altre vittime non abbiamo avuto. Paradossale, ma davvero Romanzo di una strage ci consegna una giustizia, non una – la – verità: verdetto funzionale e finzionale affidato a pagine, volti, elusioni e allusioni – ma Saragat era golpista? –  degne di un Romanzo scolastico. Anche, se non soprattutto, perché deve essere visto nelle scuole. 
E dove sta in un’ipotetica scala di valori? Qualche gradino più su della fiction tv (lo stile di Giordana è questo, vi ricordate La meglio gioventù?), qualcuno più giù dell’inarrivabile Carlos (sì, lo Sciacallo) di Olivier Assayas. C’è pathos, empatia, freschezza ed effetti speciali a segno, ma anche enfasi, dialettismi, attori no (Laura Chiatti, moglie di Calabresi: proprio no!) e registri sfalsati, eppure davvero possiamo chiedere a un film quello che le aule giudiziarie non hanno saputo riguadagnare?
D’appendice è la Giustizia, non il Romanzo. Che, al contrario, segnala lo stato dell’arte del nostro cinema, e di certo non il peggiore: Giordana non è Petri, ma nemmeno noi siamo quegli spettatori. Eppure, mutatis mutandis, la passione civile non è tramontata – ma solo evoluta: per altri, smagrita… – e l’impegno trova ancora lo schermo, la Storia, quella brutta, le storie del cinema. Che poi i titoli di coda non siano la sentenza definitiva, beh, chiedete all’aula, non alla sala.

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