PHOTO
© Universal Studios
La scrittrice americana, classe ’79, non fornisce una storia all’altezza per la regista Vanessa Caswill, ben lontana dalla regia di quel gioiello di My Mad Fat Diary, qui è alle prese con Reminders of Him dove vediamo Maika Monroe (Longlegs) nei panni dell’ex detenuta Kenna che, dopo avere scontato sette anni di carcere per un incidente che è costata la vita al suo ex fidanzato Scotty (Rudy Pankow), ritorna nella sua cittadina per entrare nella vita della figlia Diem (Zoe Kosovic) incontrando, però, le resistenze dei genitori di Scotty e dell’ex migliore amico Ledger (Tyriq Whiters) che sta crescendo la bambina come se fosse sua.
Colleen Hoover è famosa per i suoi libri - sempre bestellers per il New York Times - del genere young adult, romance e via dicendo, prodotti scritti per una categoria ben precisa di pubblico: donne cis-etero-bianche privilegiate che si rilassano a fine giornata con un calice XXL di vino, à la Desperate Housewives per intenderci. Reminders of Him non fa eccezione, risultando un film scorrevole, innocuo, spinto dai buoni sentimenti mentre il più famoso (o famigerato) It Ends With Us lasciava del margine per qualche riflessione più importante al di là della sgradevole e confusionaria faida tra il regista Justin Baldoni e Blake Lively.


Reminders of Him tende a correre dietro allo stile dei prodotti Hallmark e quei film, benché siano per la televisione, provocano in chi guarda lo stesso effetto di quando mangiamo alimenti ultra-processati: il cervello rilascia dopamina e ti invita a proseguire mantenendo il “bliss point” alto, almeno fino alla fine. Sono l’equivalente cinematografico di un romanzo Harmony, la versione “alta” di quei libricini che trovavamo in bagno, eredità delle nostre madri. Kenna Rowan torna a casa nel Wyoming intenzionata a essere parte integrante della quotidianità della figlia, a trovare un lavoro e a viverla finalmente la vita dopo anni di carcere. La Hoover ci tiene molto ai temi del peccato, del castigo e della redenzione, infatti lo slogan del film recita: “Tutti meritano una seconda possibilità”.
Sembra che per Kenna questa redenzione risulti irraggiungibile se non con l’aiuto delle sue vicine nel motel Paradise dove alloggia, o le colleghe di lavoro nel super store dove viene assunta dopo l’iniziale rifiuto di un supervisore. Una sera Kenna entra, totalmente amareggiata, nella ex libreria -ora locale notturno di Ledger- preferita da lei e Scotty, dove verrà corteggiata da Ledger che non l’aveva mai vista prima: inizierà tra i due un teso tira e molla, il sogno per chiunque ami le rom-dramedy o per i fanatici di The Notebook.
La delicata fotografia di Tim Ives (Stranger Things) stempera la buona colonna sonora che risulta, a tratti, troppo invadente nella sua funzione diegetica quasi a rappresentare un gobbo sonoro per il pubblico. Benché la chimica tra la Monroe e Whiters emerga piuttosto naturalmente, la sceneggiatura (co-scritta dalla Hoover stessa) scivola in superficie sul tema della tragedia interiorizzata, e il modo di venire a patti con un dolore tanto grande (la perdita, la solitudine, la sindrome del sopravvissuto) per tornare a vivere senza scontare ogni giorno come una condanna.


Se molti lettori hanno raggiunto una catarsi leggendo le disgrazie di Kenna nel libro uscito nel ’22, difficilmente ritroveranno qualcosa in cui rispecchiarsi in questa trasposizione: la regia della Caswill sembra più interessata alla storia d’amore tra Kenna e Ledger e il senso di colpa di lui nei confronti di Patrick (Bradley Whitford) e Grace (Lauren Graham), i genitori di Scotty nonché tutori legali di Diem.
Prodotto in parte dalla casa di produzione della Hoover, la Heartbones Entertainment, ci prepariamo a una nuova ondata di film tratti dai suoi libri (con questo siamo al quinto), una nuova Shonda Rimes che parte dalla letteratura e arriva fino alle nostre sale. In un’epoca in cui i film vengono considerati pregevoli solo se durano più di due ore e mezza, Reminders of Him ha il dono della scorrevolezza, della leggerezza a tratti superficiale, senza avere la pretesa intellettuale o morale d’insegnare qualcosa al suo pubblico, ma solo d’intrattenerlo (le prime scene contengono in nuce il finale) se non nella religiosità della sala cinematografica, sotto una confortevole coperta godendone sul piccolo schermo, dimensione ideale per questo film.
