Rapina a Stoccolma

La celeberrima sindrome di dipendenza psicologica tra aguzzino e vittima nacque così. Ethan Hawke rapinatore-sequestratore dall'animo buono per un caper movie senza infamia e senza lode

20 Giugno 2019
2,5/5
Rapina a Stoccolma

C’è un rapinatore dal cuore tenero che non vuole sparare. Ci sono degli ostaggi che anziché collaborare con la polizia preferiscono stare dalla parte del loro aguzzino. E una delle sequestrate si innamora perfino di lui.

Al cinema tutto si può. Ma la cosa più assurda è che questa storia paradossale è veramente successa nel 1973 alla Kreditbank di Stoccolma. Una situazione talmente inverosimile e nuova che ha dato origine al fenomeno noto come “Sindrome di Stoccolma”: un particolare stato di dipendenza psicologica e affettiva che si manifesta in alcuni casi nelle vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica.

Il film, diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke nel ruolo del farabutto di buon animo, che si preoccupa perfino di procurare gli assorbenti ai suoi ostaggi, mette in scena quest’incredibile storia vera dal sapore tragicomico nella quale Lars Nystrom (Hawke) riuscì con i suoi modi bizzarri ad accattivarsi le simpatie e l’aiuto dei suoi sequestrati, soprattutto di Bianca (Noomi Rapace), che si rivoltarono contro le autorità.

Tra commedia dark e dramma psicologico, questo caper movie dall’ironia amara riesce a riportare solo parzialmente la folle vicenda uscita dal caveau della banca svedese.

E non per l’ambientazione anni settanta dai toni beige-marroni quanto piuttosto per lo sviluppo dei personaggi o forse semplicemente perché quando la realtà supera ogni immaginazione poi qualsiasi rappresentazione perde il suo fascino originario.

Non farne un film e non scrivere una sceneggiatura su questo episodio di cronaca di cui tutti gli svedesi sono a conoscenza, tra l’altro talmente cinematografico da dare adito a leggende e dicerie, sarebbe però stato un vero peccato. E poi Ethan Hawke, un po’ Jack Nicholson e così maldestro, è da vedere.

 

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