Prélude

In Concorso al 37° TFF, l'esordio della tedesca Sabrina Sarabi associa alla romantica Sehnsucht la geometrica implacabilità di Haneke: ottimo

25 Novembre 2019
4/5
Prélude

Esordio più che discreto, quasi ottimo per la tedesca Sabrina Sarabi, che prenota un premio importante in Concorso al 37° Torino Film Festival con Prélude, già presentato in prima mondiale al 37° Festival di Monaco.
Protagonista un giovane pianista, David (Louis Hofmann), che in un prestigioso, monastico e crudele conservatorio si perfeziona, diretto dal rigore algido dell’insegnante (Ursina Lardi), con l’obiettivo di vincere una borsa di studio alla mitica Julliard.

Biondo, etereo, apollineo e però appassionato, si staglia sullo schermo con le fattezze dell’eroe romantico, contrastato dal rivale Walter (Johannes Nussbaum), più dionisiaco e nerboruto e infinitamente fastidioso, e adiuvato, si fa per dire, da Marie von Lilienthal (Liv-Lisa Fries, la vezzosa protagonista di Babylon Berlin), di cui apprezzerà il volto angelicato e anche la seduzione infida.

Sono qualità, parametri e percezioni invero falsati perché lo studio matto e disperatissimo condiziona l’intera vita di David, ne perverte il senso, ne ossessiona il qui e ora, cadenzandolo al ritmo di un metronomo, in realtà il ping-pong di Walter, che non dà tregua.

Sottoposto a uno stress, ovvero a una competizione in primis con sé stesso, insopportabile, David barcolla ma non molla: che ne sarà di lui, delle sue relazioni e aspirazioni, e quanto la volontà di eccellere lo terrà in saldo? Amore, (s)ballo, che cosa lo sostiene, che cosa lo può perdere?

Scritto con minuziosa sapienza, interpretato con uniforme bravura – la perfezione geometrica del volto di Hofmann rifletterà le convergenze parallele di successo e fallimento – dal cast, diretto con moderazione a ardore insieme, Prélude tiene fede al titolo che s’è scelto, facendo di inizio incompiutezza, di parte non tutto, di prodromo diagnosi mancata.

Inquadrando con nitore implacabile la Sehnsucht, la Sarabi – una maturità che la classe 1982 non direbbe – non si limita a ricollegarsi alla tradizione romantica, ma chiede al cinema di “andare a vedere”, evocando un termine di paragone poetico-stilistico ineludibile: Michael Haneke.

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