Pet Sematary

Nuova rilettura del romanzo di Stephen King. I brividi sono dosati, e i registi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer costruiscono bene la tensione. Ma senza aggiungere nulla

7 Maggio 2019
2,5/5
Pet Sematary

Stephen King dentro e fuori dal grande schermo. Nella versione del 1989 (Pet Sematary -Cimitero vivente), diretta da Mary Lambert, vestiva i panni del prete che seppelliva il piccolo Gage, una delle tante sventurate vittime del paesino di Ludlow.

Pet Sematary resta uno dei suoi romanzi più riusciti (magnifici alcuni passaggi in cui analizza il dolore della perdita, lo shock della mancanza), scritto subito dopo Cujo e prima di Christine – La macchina infernale. Si sarebbe ispirato a La zampa di scimmia, un racconto horror del 1902 di William W. Jackobs, pubblicato in Inghilterra.

È troppo facile definire King un maestro dell’incubo o un poeta dell’adolescenza. Sarebbe sbagliato ingabbiarlo in un genere. In realtà nelle sue opere si possono trovare tutte le sfaccettature della vita, i tormenti degli esseri umani, le loro gioie, i sentimenti, le illusioni.

La vera domanda diventa se si possa rendere omaggio con la cinepresa ai suoi capolavori. Senza manipolarli, cambiarne la poetica, andare contro la loro essenza: non è un caso che King più volte si sia scagliato contro Shining di Kubrick.

Difficile catturarne il significato, riproporlo alla platea. Soprattutto se si parla di un remake, molto lontano da quando sono nate quelle pagine. Il rischio è di creare un accumulo di immagini, di situazioni conosciute. Figlie di altre rappresentazioni, che rendono la storia targata King solo un pretesto per attirare il pubblico. Anche il fortunato It di Andrés Muschietti affonda le radici in un certo cinema degli anni Ottanta, tornato in auge con la serie Stranger Things.

Che cosa resta quindi di Pet Sematary? Lo scheletro. Il cimitero dietro casa, le leggende, i morti che tornano dall’aldilà, la violenza, la fine di ogni speranza. Qui il protagonista è un medico. Ha un vicino misterioso, e nella piccola città ci sono strane usanze. Niente di cui preoccuparsi, finché il gatto viene investito e lui sceglie di seppellirlo “oltre il cimitero”.

Viaggi in macchina spensierati (cari anche a Jordan Peele ultimamente), momenti teneri accanto al focolare. Fino all’arrivo dell’incubo, che in fondo non sfocia mai nel vero terrore. I brividi sono dosati, e i registi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer costruiscono bene la tensione. Ma senza aggiungere nulla anche a Pet Sematary – Cimitero vivente (da dimenticare il secondo capitolo: Pet Sematary 2 del 1992, con Mary Lambert meno ispirata di tre anni prima. Forse si salva solo l’intensa interpretazione di Edward Furlong).

La sequenza dell’omicidio col bisturi è meno sconvolgente dell’originale, e le atmosfere cupe non riescono ad abbracciare l’oscurità del racconto. Per chi scrive, è indimenticabile il King di Stand by me adattato da Rob Reiner. Ma bisognerebbe riscoprire Max von Sidow in Cose preziose (attacco al consumismo e non solo) di Fraser C. Heston.

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