Parkland

Landesman ci getta nel caos successivo all'omicidio di J.F.K.: in Concorso il dietro le quinte di un evento mondiale

1 Settembre 2013
3/5
Parkland
Paul Giamatti in Parkland

Dallas, 22 novembre 1963. John F. Kennedy, trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, viene ferito mortalmente durante il passaggio della limousine presidenziale in Dealey Plaza. Parkland di Peter Landesman racconta quello che avvenne immediatamente dopo, e nei tre giorni successivi alla tragedia.
Basato sul libro “Reclaiming History: The Assassination of President John F. Kennedy” di Vincenzo Bugliosi, il film segue freneticamente l’immediato ricovero d’urgenza al Parkland Memorial Hospital, i tentativi disperati dell’equipe medica per tenere in vita Kennedy, allargando poi lo spettro su tutta una serie di “protagonisti” nascosti che, seguendo da vicino l’intera vicenda, rimasero comunque lontani dal clamore che quel tragico evento suscitò a Dallas, negli Stati Uniti e nel mondo intero.
Nel cinquantesimo anniversario della morte di Kennedy, Peter Landesman si confronta con un avvenimento che lui stesso definisce “la Stele di Rosetta della nostra storia, l’avvenimento con cui nacquero le breaking news”: l’approccio – dispersione del punto di vista, coralità – ricorda quello adottato da Emilio Estevez per Bobby, film che raccontava la morte di un altro Kennedy (Robert), e che la Mostra ospitò, sempre in concorso, nel 2006.
La partenza di Parkland è senza respiro, un’apnea in cui immagini di repertorio e finzione si mischiano per ingoiare letteralmente gli sguardi e catapultare lo spettatore nel caos degli attimi successivi all’attentato. Poco a poco, però, capiamo che l’intento di Landesman è anche un altro: portare a galla un’umanità rimasta sconosciuta per 50 anni, le vicende di chi – come Abraham Zapruder (Paul Giamatti), l’uomo che riprese con un super8 il tragico momento dell’attentato – si trovarono loro malgrado coinvolte. Proprio la questione legata al celebre filmato (che Life Magazine acquistò all’epoca per 50mila dollari) è tra gli aspetti più interessanti dell’intero film, che inevitabilmente ragiona sulla valenza metaforica di quelle immagini, sul significato di “pudore e dignità” che in un’epoca come la nostra (un avvenimento simile, oggi, sarebbe visibile in tutto il mondo nel giro di pochi secondi) è ormai difficile ritrovare.
A Landesman non interessa approfondire nuovamente il discorso legato all’omicidio Kennedy in termini di responsabilità o riproporre tesi cospirazioniste, il suo film ragiona su un qui e ora ormai lontano 50 anni: necessariamente, però, in quel qui e ora non poteva mancare Lee Harvey Oswald (Jeremy Strong), il suo arresto e il successivo sparo che lo ferì a morte in diretta televisiva. Anche stavolta, però, il film si concentra sull’aspetto “nascosto” riguardante il “celebre omicida di J.F.K.”, ovvero la sua famiglia: il fratello Robert (James Badge Dale), catapultato in un incubo che non avrebbe mai potuto immaginare, la madre (Jacki Weaver), ossessionata e sopra le righe, convinta che il figlio fosse un agente segreto incastrato dal governo USA.
Forse imperfetto e squilibrato – la natura stessa del film lo costringe a concentrarsi avidamente su un personaggio per poi abbandonarlo con la stessa velocità – Parkland offre comunque un’originale e interessante lettura (dal dietro le quinte) di un evento che per l’America e gran parte del resto del mondo segnò la fine di una speranza. Cambiando per sempre le vite delle persone raccontate nel film.

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