Papillon

Il regista Michael Noer gira il remake del cult di Schaffner del 1973. Al posto di Steve McQueen e Dustin Hoffman troviamo Charlie Hunnam e Rami Malek

21 giugno 2018
2,5/5
Papillon

Alcuni sostengono che il cinema non abbia più niente da dire. Quasi tutte le storie sono già state raccontate, l’inventiva ha lasciato il posto ai sequel, ai prequel e agli spin off, e ormai si preferisce investire in un franchise invece di puntare su qualcosa di nuovo. Nel calderone entrano anche i remake, che rischiano di trasformarsi in narrazioni senz’anima, sulla scia di un grande successo del passato.

I cult sarebbero sempre da maneggiare con cura, perché hanno costruito un immaginario e restano nella memoria di spettatori e studiosi. Non sono per forza capolavori, ma in qualche modo rappresentano un’epoca, hanno segnato un prima e un dopo. Per tornare sul lavoro di un altro servono idee, innovazione, voglia di mettersi in gioco: tutti elementi che mancano nella nuova versione di Papillon, per la regia di Michael Noer.

 

L’originale del 1973 era diretto da Franklin Schaffner, un vero appassionato delle epopee, dei grandi affreschi storici e post apocalittici, da Patton, generale d’acciaio a Il pianeta delle scimmie. Si era ispirato al best seller autobiografico di Henri Charrière, e i due protagonisti erano nientedimeno che Steve McQueen e Dustin Hoffman, una coppia da antologia, che poteva contare sull’antieroe bello e dannato de La grande fuga e sul borghese in crisi de Il laureato.

È inutile fare un confronto con la coppia di oggi: il fosco Charlie Hunnam e il fragile Rami Malek, futuro Freddie Mercury in Bohemian Rapsody. Hunnam si appoggia alla fisicità, ai muscoli tesi e ai tatuaggi, mentre Malek prova a scimmiottare Hoffman, senza avere la sua carica espressiva. Papillon del 2018, si appiattisce sul film di Schaffner, sembra quasi averne paura, e si trasforma nella sua ombra. Non aggiunge niente, lo segue da vicino, sviluppando la vena machista, con un prologo in una Parigi criminale e un epilogo a dir poco enfatico.

 

Torna sul grande schermo una storia di uomini e fango, dimenticati da tutti e abbandonati ai confini del mondo. La sofferenza li porta alla follia, la solitudine li rende bestie. La natura selvaggia si scontra con lo spirito indomito dei prigionieri, con la costante ricerca della libertà, la sfida verso le istituzioni e le sbarre che rinchiudono i sentimenti. Gli orrori di una colonia penale francese colpiscono per la loro brutalità, e la vicenda potrebbe funzionare anche oggi se non avessimo già visto l’originale.

Questo nuovo Papillon è un prison movie come tanti, che fa leva sulle nuove generazioni alla ricerca di qualche brivido davanti al belloccio di turno. L’unica a volare ancora alta è la farfalla (Papillon) tatuata sul petto del ladro protagonista, che non smette di far emozionare chi vuole “evadere” dalle costrizioni del nostro mondo. Il segreto è la forza bruta? Forse no. È la capacità di reinventarsi, avventurandosi lungo strade sconosciute.

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