Nona, if they soak me I’ll burn them

In concorso a Pesaro Film Festival, le anime di una donna nell'occhio di Camila Donoso

21 Giugno 2019
3/5
Nona, if they soak me I’ll burn them

Un altro ibrido in concorso per il Premio “Pesaro Nuovo Cinema”, alla 55a edizione dello storico Festival delle Marche. Dopo That Cloud Never Left, questo Nona, if they soak me I’ll burn them è a metà tra documentario e fiction, o meglio, prende il via dalla persona, molto reale, della nonna della giovane regista cilena Camila José Donoso ed evolve in film in bilico tra forme e formati.

Tra forme perché ha tutto l’aspetto di un documentario sulla vita di “Nona”, una donna “anziana ma non così anziana” che ha percorso ormai tante vite, che rivive con sentimento sebbene non tutte siano foriere di bei ricordi. È stata amante, contestatrice politica in un paese difficile, vicina di casa, amica e, naturalmente, mamma e nonna affettuosa e rassicurante. Una cantastorie d’eccezione di cui, a tratti, riviviamo spezzoni di vita ricostruiti più marcatamente con gli strumenti della fiction.

Tra formati perché alterna sequenze digitali e su pellicola con nonchalance inizialmente spiazzante. Non sembra esserci motivazione teorica dietro la scelta stilistica, se non quella (interessante) di offrire una narrazione dall’estetica prismatica, eterogenea. Per quanto il primo istinto, da osservatore, sia di dividere in categorie le varie sezioni, e innanzitutto categorie temporali.

Ma la regista non offre molti spunti su quel versante. Il racconto è diacronico, così come il flusso di coscienza della protagonista (Josefina Ramirez), rivelando soltanto in chiusura la sua natura parabolica e la composizione ad anello.

nona

Nona è un’opera che, nella sua grande sincerità, affronta un gran numero di paure e antagonismi: la violenza, la natura, il caos, di sfuggita anche la corruzione e l’abuso di autorità. Il problema è la sua reticenza nell’approfondire, a parole o per immagini, mentre concentra il suo drama in una singola, potentissima, immagine finale.

La verve, sino a quel momento percepita sottopelle, deflagra in una fiammata visiva, peraltro “spoilerata” da un precedente aneddoto che, a torto, mai avremmo creduto di vedere inscenato. È una vendetta narrativa e metanarrativa che, sottolineata da una buona sintesi generale (86’), valorizza il giudizio sul film tutto.

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