Le bambine afghane dopo i dodici anni non possono andare a scuola, con il ritorno dei Talebani al potere l’istruzione superiore è loro negata. Il che significa niente future infermiere, architette, insegnanti in un paese che si configura come rigidamente maschile.

L’adolescenza segna la fine delle illusioni, le ragazze e le donne adulte hanno l’obbligo di indossare il burka a celare corpo e volto, non possono viaggiare da sole né frequentare parchi pubblici, centri estetici, luoghi di divertimento. Difficile immaginare che in un contesto così opprimente esistano uomini buoni, ma Shahrbanoo Sadat ha fede nel prossimo e racconta che un altro mondo è stato possibile e potrebbe esserlo ancora.

Collocato a ridosso della fuga degli americani da Kabul, No Good Men, in arrivo il 28 maggio con Be Water e Medusa e in apertura alla Berlinale, coglie gli aspetti del conflitto uomo/donna interno a una cultura in cui le figure femminili hanno sempre fatto fatica a emergere dall’oscurità. La protagonista, cui presta il volto la stessa regista, è invece una di quelle che lottano per essere viste e per vedere, essendo operatrice di camera in una emittente per poco ancora libera. Una professione pericolosa che lo diventa ancor di più quando il ritiro degli americani si fa certezza. In quel momento la sua stessa esistenza è a un passo dal deflagrare tra un matrimonio che le va stretto e l’arrivo dei Talebani, se non fosse per il capo che la stima ed è innamorato di lei. E forse lei di lui. Sadat, di fronte e dietro la macchina da presa, costruisce un film allegro e doloroso al tempo stesso.

Una commedia romantica ambientata in un paese dove di romantico si fa fatica a pensare sia rimasto qualcosa. Invece il passato è lì a dimostrare che bisogna avere la forza di lottare e credere in un futuro diverso nonostante il doloroso presente. Viene in mente Casablanca, sicuramente per l’addio struggente e per la capacità di evocare come ogni conflitto calpesti ogni sentimento e getti nel buio le vite di persone innocenti. E se il tono è leggero, non lo è l’implicita denuncia di un sistema oscurantista che ha tolto la libertà a milioni di donne.

Terzo capitolo di un’indagine sulla storia recente dell’Afghanistan, No Good Men è un film coraggioso per quello che racconta e soprattutto per come lo racconta. Semplicità e limpidezza di sguardo sono la cifra scelta per dare forza a una storia d’amore che parla di sacrificio, dedizione, speranza e molto rimanda al miglior cinema iraniano. Non a caso Sadat è stata allieva di Kiarostami. Alla fine alla domanda che Naru e le sue amiche si pongono quando sono sole, cioè se esistano uomini buoni, la risposta è sì ma viene da credere che debbano vivere non meno nascosti delle loro madri, mogli, sorelle, figlie.