Nessun nome nei titoli di coda

Simone Amendola sulle tracce di Antonio Spoletini, ultimo baluardo della celebre famiglia trasteverina in cerca di comparse per Cinecittà: una lettera d'amore al cinema, nei Riflessi della Festa di Roma

25 Ottobre 2019
4/5
Nessun nome nei titoli di coda
Antonio Spoletini in Nessun nome nei titoli di coda

Inizia entrando in un magazzino di pizze di cinema, di quelle di una volta, dove le scatole tonde di latta si trovano etichettate con titoli e pose, Giù la testa, La classe operaia va in paradiso, In nome del popolo sovrano, Il gattopardo, Amarcord

Per poi volare su Roma, planando sugli studi di Cinecittà, sopra quei teatri di posa che a seconda delle occasioni si sono trasformati in altrove, e continuano a farlo. Sopra il Teatro 5, o meglio il 5, dove lavorava Federico (Fellini)…Stacco, in una sala di montaggio, dove tutti quei pezzi si mettono insieme, dove dalla finzione si ricostruisce la realtà…

È un grande atto d’amore per il cinema Nessun nome nei titoli di coda di Simone Amendola, presentato nella Sezione Riflessi della XIV Festa del Cinema di Roma. Per una vita intera dedicata a quel mondo.

Il regista Simone Amendola

La vita in questione è quella di Antonio Spoletini, appartenente a quel ruolo fondamentale nel cinema, trovare comparse, figuranti, o come si dica oggi, senza i quali nessun film potrebbe andare avanti… a cui poche volte sono stati concessi gli onori dei titoli di coda, figuriamoci quelli di testa, se non in quegli sporadici casi in cui è comparso, lui e i suoi fratelli, a “comparsare” in qualche film, tra tutti Roma di Federico Fellini.

È lui, Spoletini, che si può permettere di chiamare per nome molti, se non tutti nel mondo del cinema, almeno quelli che sono passati per gli studi di Cinecittà.

“Cinecittà è stata inaugurata ad aprile 1937, io sono nato a marzo 1937… chi è più grande…?”, ricorda in un giro turistico dove la fa da anfitrione “a casa sua”, Cinecittà; entrando nel 5, dove ha girato tutti i suoi film “Federico”, dove hanno girato John Huston, Orson Welles, Pier Paolo Pasolini…

I provini fotografici per Cleopatra – Nessun nome nei titoli di coda

Ci ricorda così come siano stati grandi quei luoghi, che da qualche anno stanno cercando di tornare ad esserlo.

Tutti quelli che hanno provato a camminare i primi passi nel mondo del grande schermo conoscono la Famiglia Spoletini: prima di Antonio c’era Pippo, il fratello maggiore, poi lui con tutti i fratelli, ora lui e la sua Famiglia.

Grazie a Simone Amendola la cerchia si allargherà di parecchio, per questo bel tributo, dallo sguardo attento, inflessibile nel documentare quella realtà fatta di attese, di mense, di prove costumi, di scene surreali dove orde di cardinali fanno la fila a mensa, o si fumano una sigaretta, a passeggio tra gli studi in attesa della prossima posa; dove puoi fare un selfie con Anthony Hopkins che gira da quelle parti per fare il Papa; la telecamera che si allarga, spazia, per poi avvicinarsi fissando i particolari sulla corteccia emotiva e memoriale di chi guarda, complice, e non, per averci calcato almeno una volta il passo da quelle parti, o averlo solo sognato.

Una prima parte che ricorda lo sguardo di Gianfranco Rosi nel Sacro GRA accompagna Spoletini da Cinecittà, dove incontra Avati, Meirelles; Marcello Fonte, a cui presta – presta, e non regala… – il copione di Gangs of New York di Martin Scorsese – primo set dove Fonte ha lavorato da “figurante” -; fino alle periferie dove consegna volantini, a caccia di comparse; fino alla sua Trastevere; fino al verde di casa sua.

Qui il cambio di sguardo, di registro del film, che ora, oltre che documentare come occhio esterno la sua vita, cattura anche la memoria e la confessione di un uomo, che inizia a parlare direttamente in macchina, a condividere un desiderio arrivato a ottant’anni, la maggior parte dei quali passati facendo quel lavoro: lasciare un segno alla sua famiglia, ai suoi nipoti, una traccia di quel passaggio.

Avere una copia di Roma di Federico, che lo ha visto comparsa con tutti i suoi fratelli, alcuni dei quali morti… È ora Éric Rohmer e Il racconto delle quattro stagioni che sembra essere chiamato all’appello.

Il cinema di Amendola, regista di cinema e teatro, scrittore, sceneggiatore, autore a tutto tondo, a detta di molti “espressionista” nelle sue regie e documentari, traccia a larghe pennellate il percorso di un uomo, imprimendo impressioni, grazie a luci e ombre, interni ed esterni, delimitati da un flusso di luce, quello della sala da cinema, dove l’uomo, Spoletini, si commuove guardando da spettatore Roma, leggendo nei titoli di coda il nome suo e dei fratelli. Meritandosi per una volta i titoli di testa.

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