Neruda

Un film sulla poesia più che sul poeta, che rielabora in modo originale temi universali come il rapporto tra Arte e Potere

11 Ottobre 2016
4/5
Neruda

Come nel Pifferaio di Hamelin, il cinema di Pablo Larraín vive di una fascinazione totale e spesso pericolosa per il suo oggetto, come se inquadrare il mondo, un mondo, significhi anche introiettarlo, lasciarsene riempire. Lo sguardo che riconfigura il reale non proviene da un fantomatico “fuori”, ma dal suo stesso ventre, là dove si immerge l’occhio larraìniano. E’ l’opera che fa l’autore.

Tutto questo per dire che Neruda, altro grande film del regista cileno, è quanto di più lontano dal precedente El Club (che era a sua volta diverso da No ), ma funziona allo stesso modo: là era lo sguardo ambiguo e quasi patologico a dire del peccato tergendosi nel peccato, qua è la poesia stessa a contaminare il biopic sul poeta.

Un biopic che, come in una pedana mobile, porta avanti il contenuto (l’incorporeo) e indietro il contenitore (l’individuo Neruda). L’uomo si maschera di continuo (per sfuggire alla polizia di Videla), la sua parola invece resta sempre sé stessa.

D’altra parte il contenuto di Neruda (l’ottimo Luis Gnecco) è poesia. Tutto informa: la Storia, i Popoli, i loro oppressori, il film stesso. La forma biopic progressivamente svanisce e nascono altre immagini, infettate dallo sguardo del poeta. Irreali ma definitivamente più vere. Così, la demistificazione della dittatura e della sua retorica mortificante e mortifera, incarnata da un draculesco Videla (Alfredo Castro) e dal suo scagnozzo Peluchoneau (Gael Garcia Bernal), passa dall’incantesimo di uno sguardo immaginativo, ironico, onirico, libero. Uno sguardo visivamente sostanziato da contrappunti sonori, finti raccordi, continui raddoppiamenti, fondali posticci e atmosfere flou.

Al potere politico, esangue e senza immaginazione, si contrappone quello creatore e vitale dell’Arte: l’uno vuole sottomettere, l’altro elevare. La Storia per Larraín è un insanabile scarto tra l’Utopia e la vita (un tema che Jackie svilupperà ulteriormente): quando un’attivista del partito chiede a Neruda se dopo la rivoluzione comunista gli uomini saranno tutti come lei “che pulisce la merda dei borghesi dall’età di 11 anni” o tutti come lui “che fa la colazione a letto e l’amore in cucina”, il poeta resta turbato.

L’arte non cambia il mondo, promettendo però di cambiarlo gli dà senso. Ispira, consola e sana. Soprattutto quella civile, come Larraín fa dire al suo narratore, l’ispettore Peluchoneau. Quest’ultimo che vorrebbe arrestare il poeta (pazzia!) è vanitoso tanto quanto il Neruda che vorrebbe farsi arrestare per morire da martire. La Storia ricorderà solo il secondo, Larraín risarcisce entrambi.
Perché a differenza della vita, nella poesia – e nel cinema – non esistono personaggi secondari. Ci sono sempre e soltanto uomini.

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