Al di là delle montagne

Jia Zhangke e il suo "C'era una volta in Cina". Magniloquente epopea, mélo pop, riflessione su tempo e immagine: imperdibile

3 Maggio 2016
4,5/5
Al di là delle montagne
Mountains May Depart

(Go West) Life is peaceful there
(Go West) In the open air
(Go West) Where the skies are blue
(Go West) This is what we’re gonna do.

Fenyang, Cina, 1999.

Un ballo di gruppo per avvicinarsi al nuovo millennio. Un triangolo emotivo per separarsi dalla giovinezza. Tao (Zhao Tao) è corteggiata dai suoi due amici d’infanzia, Zhang (Zhang Yi) e Liangzi (Liang Jin Dong) . Il primo, destinato ad un avvenire di ricchezza, è il classico yuppie sfrontato e sicuro di sé, il secondo – taciturno e riflessivo – lavora in una miniera di carbone. La scelta della ragazza, dolorosa, determinerà il futuro di tutti, compreso quello del suo figlio venturo, Dollar.

Un'altra immagine del film

Un’altra immagine del film

E’ un’epopea magniloquente, un “C’era una volta in Cina” di rara potenza emotiva, un melodramma pop a tratti irresistibile il film di Jia Zhangke: la partenza è da brividi, con il formato dello schermo a 1.33 in cui, “stringendosi” come in un quadro incapace di raccogliere tutta la potenza del ricordo, il gruppetto di amici balla sulle note di Go West.

Ma la portata complessiva dell’opera di Jia la comprendiamo definitivamente poco meno di un’ora dopo: quando il “terzetto” si divide e una dissolvenza in nero introduce (nuovamente) il film. L’aspect ratio si adegua, lo schermo si allarga a 1.85, Mountains May Depart: è il 2014, Tao e Zhang li abbiamo lasciati sposati e genitori, Liangzi aveva fatto fagotto per allontanarsi chissà dove. Ora è padre anche lui, ma un tumore ai polmoni lo costringe ad abbandonare la nuova miniera e tornare – con moglie e prole – sui suoi passi. I soldi per curarsi non ci sono, l’unica speranza è provare a chiedere un prestito a qualche amico del passato…

Questa è la fase forse più dolente e che meglio descrive l’intero senso dell’operazione voluta da Jia Zhangke, che ci riporta al momento della divisione, a quando cioè Tao si lasciò sedurre dalla scelta più “semplice”. Che col passare degli anni l’ha portata ad essere sola. Il marito, ora a Shanghai e ricco sfondato, si è rifatto una vita. E il piccolo Dollar è con lui, visto che i soldi possono tutto anche in termini di custodie esclusive. Sarà la morte del padre di Tao a regalarle qualche giorno di maternità perduta, il tempo necessario per comprendere – laddove ce ne fosse bisogno – che quel bambino non è stato (e mai sarà) suo.

Il regista, anche qui, affida ai dettagli (l’invito al matrimonio rimasto nella vecchia casa di Liangzi) e alle ancore sonore (la hit Take Care della pop-star hongkonghese Sally Yeh) il puntello visivo ed emotivo attraverso il quale continuare a percorrere il lungo cammino di una storia che, oltre all’inesorabile scorrere del tempo, riflette – come da titolo – sulla giustapposizione tra la solidità e la caducità delle nostre certezze. Delle nostre radici.

Ancora Zhao Tao in Mountains May Depart

Ancora Zhao Tao in Mountains May Depart

Melbourne, Australia, 2025.

Dollar è cresciuto. L’orizzonte visivo dell’opera di Jia si adegua (aspect ratio 2.39, un panoramico di bellezza asfissiante), quasi a dirci che la stessa inadeguatezza del ragazzo – annoiato dal college e incapace di dialogare con il padre (che non ha mai imparato l’inglese) – è la stessa del cineasta nel dover “ingabbiare” un periodo altro, lontano (seppur non lontanissimo), ipotizzabile sì ma non per questo “incorniciabile”. Una riflessione – oltre che sul passato, sul presente e sul futuro delle immagini – anche sulla libertà, allora, che Zhang non fatica a definire così: “La libertà è una stronzata. In Cina era vietato detenere armi. Qui in Australia hanno modificato la legge e ne ho comprate moltissime. Ma non ho nessuno a cui sparare!”.

Ecco, la libertà: quella che ha portato l’uomo ad allontanarsi da tutto in nome di un Eldorado fatto di enormi vetrate vista oceano, con tutto intorno il nulla. Lo stesso che agita l’inquietudine del giovane Dollar, prima gradasso nel dire a tutta la classe di non avere una madre, di essere stato fatto in provetta, poi disperatamente bisognoso di un appiglio, quello della professoressa che tenta di ridestare la memoria dei figli della Cina che, però, di cinese, hanno solamente i lineamenti. “Nome”, “cognome”, e da questi provare a risalire a un ricordo. Un sapore, un profumo, una melodia: Take Care, Sally Yeh.
Un mazzo di chiavi al collo, per tentare di riaprire serrature di un tempo svanito. Partito, come le montagne che non tornano più. Raggiungerle ora sarebbe una “forzatura” (la stessa che porta Jia a mostrarci un bacio fugace e una nottata di passione tra Dollar e la ben più adulta professoressa), riassaporarne l’atmosfera è difficile, rievocarne il nome un dovere. Perché lì c’è ancora Tao, la neve, il fiume Giallo. E l’idea di un ballo che prometteva grandi cose.

(Go West) Life is peaceful there
(Go West) In the open air
(Go West) Where the skies are blue
(Go West) This is what we’re gonna do.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy