La definizione precisa di microcosmo, ossia parlare dell’infinitamente grande osservando l’infinitamente piccolo. E nel suo nuovo Monrovia, Indiana, Frederick Wiseman lo racconta in un modo ancora più radicale rispetto al suo cinema, senza interessarsi di una precisa istituzione o luogo, ma vagando lungo le strade di un paesino dell’America profonda.

Ha 1063 abitanti censiti nel 2010 questo paesino del Midwest che alla nazione ha dato solo un pilota di Indy Car e due giocatori di football, ma Wiseman osservandone le abitudini, i riti, le riunioni pubbliche o private lo racconta come un punto di vista privilegiato per capire chi sono gli americani che il racconto mediatico non contempla e che nel 2016 hanno cambiato il volto dell’America.

Se in meglio o peggio è lo spettatore a deciderlo, anche perché lo sguardo distaccato eppure sottilmente politico di Wiseman lo mette di fronte a tutto ciò che gli serve per capire questo paesino e l’intera nazione: le persone, i loro comportamenti, i luoghi di incontro e scontro, i negozi e gli uffici pubblici.

Il loro funzionamento e il modo in cui le persone interagiscono dice moltissimo di un popolo che ha scelto di chiudersi, di arroccarsi, di smettere di fare politica e riflettere su ciò che lo circonda per accontentarsi che qualcuno prenda le decisioni per lui, adagiandosi sul capitalismo democratico che va avanti, imperterrito.

Eppure l’occhio sornione di Wiseman è presente nelle piccole sfumature ironiche (magnifica la riunione della loggia massonica) o nel finale sottilmente doloroso al cimitero.

Il suo sguardo sull’America sembra anche uno sguardo sul proprio cinema, la trasparenza della sua forma mette il pubblico di fronte al metodo di Wiseman qui più essenziale che mai: girare, camminare, guardare, fermarsi ad ascoltare.

 

Anche dove apparentemente non c’è nulla, vi scorre la vita, la realtà: il suo occhio e la sua abilità al montaggio la sanno cogliere e trasformare in saggi politici e umani al tempo stesso.