Menocchio

Alberto Fasulo fa professione di eresia: libertà non negoziabile, poetica ad altezza uomo, occhi, rughe e denti malmessi

6 novembre 2018
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Menocchio

C’è una curiosa assonanza tra il parto di una capra, che lo sceneggiatore in erba di Mektoub, My Love – Canto Uno di Abdel Kechiche brama più di qualunque altra cosa, e il parto di una mucca in Menocchio di Alberto Fasulo: non è, si capisce, solo un venire alla luce, ma il farsi luce, ovvero il cinema stesso, ovvero la luce che il regista francese metteva in esergo prendendo da Bibbia e Corano. Anche qui, religione, quella dal basso e ad altezza uomo del mugnaio eretico Menocchio e quella dall’alto e a bassezza gerarchica della Chiesa ufficiale, tutta croce (altrui) e Inquisizione: siamo in Friuli, alla fine del Cinquecento, ed è caccia all’eterodossia.

Con una ricerca storiografica basata sull’opera Domenico Scandella detto Menocchio I processi dell’inquisizione (1583-1599) di Andrea Del Col e tenendosi distante dal celebre Formaggio e i Vermi di Carlo Ginzburg, Fasulo (Rumore bianco, Tir) inquadra l’eponimo mugnaio autodidatta (Marcello Martini, attore non professionista, mirabile, un Rutger Hauer più intenso) e ne fa corpo vivo, e ferita aperta tra i sepolcri imbiancati.

E’ la scelta non negoziabile di Fasulo per interpreti non professionisti, occhi, rughe, denti senza pulizia dentale e altre scomode verità, spesso approcciate in primissimo piano, a dare nell’occhio, a togliere non la storia bensì la storicizzazione, affinché Menocchio sia appunto corpo vivo, qui e ora. Con un exemplum cristico, una pratica di vita irriducibile da chiamare in causa, allora, lo stesso Papa e, oggi, lo stesso Papa: che ne è di Menocchio? Che ne è di quell’esperienza non addomesticabile, non peregrina, non – sarà davvero così? – abiurabile?

Fasulo non lo mette in campo – meglio, non lo trova in campo, si direbbe – guardandolo dall’alto in basso, con l’alterigia dei letterati, dei dotti e sapienti: ce lo conserva per l’uomo che era, senza farne un simbolo, e però senza depauperarlo di una carica simbolica, di una luce diffuso tra vitelli d’oro e fedeli tremebondi.

Tra eredità poetiche, simmetrie ideologiche e analogie stilistiche, da Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi a Gostanza da Libbiano di Paolo Benvenuti e Su Re di Giovanni Columbu, può venire in mente qualcosa, ma non negli occhi: questo è cinema bastian contrario, cinema di spelonca, recluso ma indomito, eretico nel profondo, nella libertà di parola (“l’ideologia” che sentiamo è spuria) e ancor più di sentire. Non è per tutti, si capisce, Menocchio, ma per qualcuno può essere tutto.

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Non invidio quelli per cui il cinema di spelonca può essere tutto. Vita grama davvero.

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