Mary Shelley

La vera ed esemplare storia di una proto-femminista, l'autrice di Frankenstein. Ma Haifaa Al-Mansour ne fa un santino imbelle

29 novembre 2017
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Mary Shelley

La storia, vera ed esemplare, di Mary Godwin-Wollstonecraft, scrittrice e femminista, meglio conosciuta col cognome da coniugata: Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, o il moderno Prometeo. A portarla sul grande schermo è la regista saudita Haifaa Al-Mansour, che con Mary Shelley firma l’opera seconda dopo il convincente esordio La bicicletta verde (2012).

In breve, figlia d’arte della filosofa e proto-femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo e libraio William Godwin, incontrò, si innamorò e infine sposò il poeta Percy Bysshe Shelley, con cui si recò in Svizzera, ospite di Lord Byron, insieme alla sorellastra: fu lì, a Villa Diodati, che Byron invitò Mary, Percy e il suo medico Polidori a cimentarsi in una gara di racconti sui fantasmi, stimolando la donna a scrivere Frankenstein. Editato in forma anonima, diffusamente ma erroneamente attribuito a Percy Shelley, che ne firmò la prefazione, solo in un secondo tempo il libro venne attribuito, per i tipi del padre William Godwin, alla sua legittima autrice: Mary Shelley.

La storia, appunto, è esemplare, e la Al-Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita, non se l’è fatta sfuggire: anche le cause migliori, però, hanno bisogno di un racconto all’altezza, e qui non c’è.

Interpretata da Elle Fanning, che ha un bel faccino ma ne ha solo uno, Mary Shelley è una (anti-)eroina che si fa strada tra elaborazione dei lutti e segregazione creativa di genere, alimentando il rapporto conflittuale con il futuro marito (Douglas Booth, da schiaffi), tenendo botta con Byron (Tom Sturridge, da schiaffoni) e consolando la sorellastra Isabel (Maisie Williams).

Fin qui tutto bene, se non fosse per una forma piana, un racconto tradizionale in cui tutto si anela e molto è affidato all’iterazione, l’enfasi, il didascalismo: detto che magari erano davvero così, i poeti Shelley e Byron sono stronzetti egoriferiti col rimmel, Mary paladina all’incasso, l’arco narrativo a senso unico, ovvero edificante.

Non c’è sporcizia, non c’è ardore, non c’è, esageriamo, verità né un coraggio stilistico degno di siffatto e indomito, Mary Shelley, personaggio: superficiali e fatui i maudit, maiuscola e però minuscola Elle Fanning, si occhieggia alla Coppola (Sofia), ma sulla retina rimangono solo i costumi. Femminismo pret-à-porter e, ancor più, pronto a essere dimenticato.

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