Mary Shelley – Un amore immortale

La vera ed esemplare storia di una proto-femminista, l'autrice di Frankenstein. Ma Haifaa Al-Mansour ne fa un santino imbelle

3 Agosto 2018
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Mary Shelley – Un amore immortale

La storia, vera ed esemplare, di Mary Godwin-Wollstonecraft, scrittrice e femminista, meglio conosciuta col cognome da coniugata: Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, o il moderno Prometeo. A portarla sul grande schermo è la regista saudita Haifaa Al-Mansour, che con Mary Shelley firma l’opera seconda dopo il convincente esordio La bicicletta verde (2012).

In breve, figlia d’arte della filosofa e proto-femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo e libraio William Godwin, incontrò, si innamorò e infine sposò il poeta Percy Bysshe Shelley, con cui si recò in Svizzera, ospite di Lord Byron, insieme alla sorellastra: fu lì, a Villa Diodati, che Byron invitò Mary, Percy e il suo medico Polidori a cimentarsi in una gara di racconti sui fantasmi, stimolando la donna a scrivere Frankenstein. Editato in forma anonima, diffusamente ma erroneamente attribuito a Percy Shelley, che ne firmò la prefazione, solo in un secondo tempo il libro venne attribuito, per i tipi del padre William Godwin, alla sua legittima autrice: Mary Shelley.

La storia, appunto, è esemplare, e la Al-Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita, non se l’è fatta sfuggire: anche le cause migliori, però, hanno bisogno di un racconto all’altezza, e qui non c’è.

 

Interpretata da Elle Fanning, che ha un bel faccino ma ne ha solo uno, Mary Shelley è una (anti-)eroina che si fa strada tra elaborazione dei lutti e segregazione creativa di genere, alimentando il rapporto conflittuale con il futuro marito (Douglas Booth, da schiaffi), tenendo botta con Byron (Tom Sturridge, da schiaffoni) e consolando la sorellastra Isabel (Maisie Williams).

Fin qui tutto bene, se non fosse per una forma piana, un racconto tradizionale in cui tutto si anela e molto è affidato all’iterazione, l’enfasi, il didascalismo: detto che magari erano davvero così, i poeti Shelley e Byron sono stronzetti egoriferiti col rimmel, Mary paladina all’incasso, l’arco narrativo a senso unico, ovvero edificante.

Non c’è sporcizia, non c’è ardore, non c’è, esageriamo, verità né un coraggio stilistico degno di siffatto e indomito, Mary Shelley, personaggio: superficiali e fatui i maudit, maiuscola e però minuscola Elle Fanning, si occhieggia alla Coppola (Sofia), ma sulla retina rimangono solo i costumi. Femminismo pret-à-porter e, ancor più, pronto a essere dimenticato.

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5 Commenti on "Mary Shelley – Un amore immortale"

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Emy
Ospite

Sono d’accordo pur avendo solo visto il trailer. Inguardabili gli attori! Privi di spessore.

Dory
Ospite

Ho appena visto il film. Grazie per aver trovato le parole che spiegano la mia delusione.

Tartina
Ospite

“i poeti Shelley e Byron sono stronzetti egoriferiti col rimmel”…ora io quando leggo queste cose mi chiedo cosa accade nel cervello di chi scrive. Che povertà di linguaggio, di stile. Non discuto le opinioni, anzi. Ma forse così si pensa di essere “giovani”, di essere che so, diretti, che fa sempre un pò alternativo (a cosa poi?). Che pena. E pensare che l’italiano può essere così bello.

Sabrina
Ospite

Appena visto il film. L’ho trovato discreto e così anche gli attori. Viene bene resi il senso di abbandono affettivo e dei valori. Alienazione interiore che crea il mostro psicologico della solitudine nei rapporti, il mostro Frankenstein.

Davide
Ospite

Visto in lingua originale è molto meglio, le poesie declamate in sottofondo, in lingua inglese, danno ritmo e carattere al film. Gli attori si sono comportati bene nel ruolo affidatogli. La sceneggiatura, punta più a lasciare un messaggio chiaro, femminista, sull’onda del movimento #metoo, che a ricalcare esattamente la biografia degli autori rappresentati. Tuttavia, questa versione romanzata scivola bene e non stona, difficilmente lascia indifferenti.

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