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Maigret - L'amore e la morte
Si fa presto a dire Maigret. Se il commissario di Simenon non si discute, meno irreprensibili sono gli adattamenti per piccolo e grande schermo di cui è costantemente oggetto. Anche felicemente: il livre de chevet spartisce il plauso con i suoi interpreti più nobili, quali Jean Gabin e Gino Cervi, a corroborare un culto laico, che tra detection e acume, umanità e ancora umanità non conosce declino.
Ultimo a trovare declinazione audiovisiva è Maigret e i vecchi signori, pubblicato nel 1960 e edito in Italia da Adelphi, con Maigret - L’amore e la morte, per la sceneggiatura e la regia del francese Pascal Bonitzer.
Nel ruolo eponimo Denis Podalydès, talento della Comédie Française, affiancato da Dominique Reymond, Anne Alvaro, Manuel Guillot, Irène Jacob e Micha Lescot, si adatta un romanzo fino, d’atmosfera e intelletto, vocato all’indagine esistenziale, ancorché ambientale e dedito alla sottrazione, a un’economia di mezzi che discerne le ultime cose, eros e thanatos appunto.
Simenon cesella, indugia, giammai affastella e assevera: si tiene al di qua dello stentoreo, dell’ineluttabile persino, per far filtrare, benché al tramonto della stessa, la vita.
L’estrazione è elevata, la classe pure, e sono annotazione sociologiche che esondano nel sentire, senso e sentimento parimenti: è un Maigret crepuscolare, malinconico ma non vinto, elegiaco delle piccole cose, refrattario all’imposizione, arreso – ma davvero? – all’evidenza.
Convocato d’urgenza al Quai d’Orsay, ossia il ministero degli Affari Esteri francese, fa la conoscenza postuma di Monsieur Berthier-Lagès, ex ambasciatore di lignaggio e prestigio. Il caso di probabile omicidio, l’habitat o, meglio, il diorama diplomatico e vieppiù crudele, divaricato tra essere e apparire, lacerato tra forma e sostanza.
Eppur, si muove, il cuore, e per interposto inchiostro si riversa su centinaia di lettere: la cinquantennale corrispondenza tra Berthier-Lagès e la principessa de Vuynes. A quest’ultima negli stessi giorni perisce il consorte, e c’è da chiedersi: due morti fanno una prova? Non bastasse il triangolo, ecco il quadrato, complice l’affezionatissima domestica della defunta feluca: ne verrà a capo, il nostro commissario?
Segreti e non detti, sospesi e intesi, la terza età dispone, la morte s’innamora, Maigret sonda con garbo, di più, con pudicizia, e noi con lui: si rischia di sottovalutarlo, Maigret e i vecchi signori, tanto rifugge i toni stentorei, le (ri)soluzioni eclatanti, ma si farebbe peccato. E il film, mantiene questa misura, questa giusta distanza dagli eventi e dalla volontà?
Macché, l’ottuagenario Bonitzer si fa prendere la mano, ovvero penna e macchina da presa, dallo spirito del tempo, dal qui e ora stolido e stolto in cui, si fa per dire, viviamo. Traslando dai Sessanta ai Duemila, all’avvento dei telefoni cellulari che Maigret disdegna, l’ottuagenario Bonitzer cambia il finale, ovvero lo aggiunge all’originario simenoniano, e si vota al famminismo radicale, pardon, fatale. Poi, forse buttando un occhio alla carta d’identità, intesta agli amici estinti di Berthier-Lagès una tirata contro l’accanimento terapeutico.
Metteteci che è girato come cinema de nonnò, ed ecco la scoperta della Senna calda: meglio il libro.
