L’uomo fedele

Il tocco delicato di Louis Garrel, lo spirito distaccato di Jean-Claude Carrière: amori e tradimenti profondamente leggeri

9 Aprile 2019
3,5/5
L’uomo fedele

Dal classico ménage à trois Louis Garrel si apre a nuove forme nella sua opera seconda. Abbandonato il triangolo di Les Deux Amis, l’attore francese, figlio d’arte, consacrato al pubblico dal compianto Bernardo Bertolucci, aggiunge l’amore filiale e non solo (due donne e due uomini, di cui uno non si vede mai sullo schermo) in questa commedia leggera che parte con un incipit che è già una fine. 

Dopo anni di fidanzamento e convivenza Marianne (Laetitia Casta) lascia Abel (Louis Garrel) perché aspetta un figlio da Paul, il migliore amico di Abel. Niente lacrime, nessuna scenata, nessuna resistenza, solo una caduta per le scale e la realizzazione che è finita: deve andarsene di casa perché lei vuole sposare l’altro. Sono passati solo cinque minuti dall’inizio del film e già è successo di tutto senza che vedessimo nulla.

Ellissi temporale. Nove anni dopo. I due si rincontrano al funerale di Paul. Tornano insieme. Ma non tutto va liscio perché Joseph, il figlio di Marianne e Paul, è geloso e insinua il dubbio in Abel che l’angelica Marianne abbia avvelenato il padre e Eve (Lily-Rose Depp), la sorella di Paul, da sempre innamorata dell’amico del fratello, ora lo vuole a tutti i costi.

Con il tocco delicato di Garrel e con lo spirito distaccato, lucido e sottile di Jean-Claude Carrière (la sceneggiatura è scritta a quattro mani) questa commedia indaga i dubbi dei nostri sentimenti e il grande enigma dell’amore.

Strizza l’occhio ai film del maestro della suspense Hitchcock e si incasella (anche se i dubbi dei personaggi sono espressi dalla voce fuori campo) nel filone della commedia francese tutta basata sui dialoghi. Come nel recente bellissimo film di Olivier Assayas Il gioco delle coppie, che mostrava quelle doppie vite (Doubles Vies dal titolo originale assai più azzeccato), coniugali ed extra, dell’umanità contemporanea, anche qui regna il doppio. 

Vita e morte, eros e thanatos, visibile e invisibile (emblematica la figura di Paul, una presenza-assenza che percepiamo in ogni singola scena del film senza mai vedere), desiderio e sazietà, fedeltà e infedeltà, donna angelica e assassina, dis-velamento e occultamento, legami di sangue e non, familiarità ed estraneità si intrecciano in uno scambio continuo nel corso della storia. 

Alla fine quello di Garrel è un uomo fedele sì al suo passato (come lui lo è alla Nouvelle Vague, in primis a Eric Rohmer, in senso artistico), ma soprattutto è un uomo spaesato, guidato dall’incostanza e al contempo dalla perseveranza delle donne. Quello spaesamento ci riporta anche al concetto di perturbante descritto da Freud come un sentimento di angoscia che si sviluppa quando una cosa (una persona o un fatto) viene avvertita come familiare e al tempo stesso  come estranea. E, andando ancora più in là, al filosofo Merleau-Ponty e al suo volume postumo Il visibile e l’invisibile (1964).

Insomma, nella sua brevità (dura solo 75 minuti) c’è tanto, persino la filosofia e la psicoanalisi. Pesante? No, al contrario, cattura proprio per la sua semplicità e per la sua leggerezza.

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