L’ultima ora

Atmosfere calibrate, per un thriller con meccanismi di derivazione polanskiana

2 Luglio 2019
3/5
L’ultima ora

Tratto dal romanzo di Christophe Dufossé e opera seconda di Sébastien Marnier, L’heure de la sortie (titolo originale) segue le inquietanti vicende che avvolgono pian piano la vita del giovane professore di letteratura Pierre Hoffman (Lafitte), supplente in seguito al suicidio del suo predecessore in una classe di liceali dotati di “intelligenza precoce”.

Ben presto il docente si convince che un gruppo di sei allievi, dedito in segreto a pratiche di sopportazione del dolore, abbia in mente un oscuro disegno da condurre a termine.

Film d’atmosfere calibrate al millimetro, complici un buon uso della profondità di campo e un uso accorto del grandangolo, L’ultima ora deve molto all’inquilino del terzo piano di polanskiana memoria, secondo il modello dell’uomo comune che vede andare in pezzi la logica, e persino la propria identità, dinanzi a un mondo impazzito.

Al netto di qualche lungaggine, il film di Marnier affronta nondimeno, e con una certa efficacia, la questione del senso adolescenziale per la fine del mondo, con tutto il suo corollario di conseguenze spesso anche tragiche, e ci lascia con un finale segnato da un nichilismo tanto estremo quanto inusitato

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