Lontano lontano

Non è un paese per vecchi: altra riflessione dolceamara per il Tati di Trastevere, con Fantastichini all’ultima prova. Al TFF37, in Festa Mobile

28 Novembre 2019
3/5
Lontano lontano
Lontano lontano

Il solito bicchiere di bianco, le sigarette, i vicoli di una Trastevere assolata e non troppo popolata, il bar a S. Calisto, la maestosità di Santa Maria, la Porta Settimiana che separa il Rione dalle “insidie” di Roma.

Gianni Di Gregorio stavolta è un ex professore di latino e greco, tra gli ultimi amici di zona rimasti c’è Giorgetto (Colangeli), che tira avanti con una pensione da fame e inizia a coltivare l’idea di espatriare per fare una vita più dignitosa. Perché non sentire lo zio della tabaccaia, allora, che ha un fratello pensionato che se la gode a Santo Domingo? Peccato però che il fratello di Attilio (Fantastichini), robivecchi e fricchettone di Tor Tre Teste, se n’è andato sì, ma a Terracina. Poco male, l’idea di partire, di cambiare vita, ormai ha preso piede. E insieme, tutti e tre, iniziano ad organizzarsi per andare lontano, lontano.

Tornato sui passi di un formato autobiografico più calzante (dopo il non riuscitissimo Buoni a nulla), Gianni Di Gregorio prosegue lungo il cammino di un cinema spoglio di qualsiasi velleità estetico-autoriale ma capace come non mai di parlare dritto al cuore.

È come se Tati e Kaurismaki passeggiassero insieme, magari un po’ claudicanti, nella calura agostana del centro di Roma: seduto al tavolino di un bar troverebbero Gianni, ancora una volta “personaggio” di se stesso, e si accomodassero lì per una bevuta pomeridiana.

Sospeso tra l’immobilismo metaforico di un paese che non offre più nulla a chi dovrebbe tramandarne la memoria (“ma perché secondo te se lo ricordano il latino e il greco che j’hai insegnato?”), il film di De Gregorio – spaesato quando si tratta di portarsi nelle lande periferiche della capitale (figuriamoci nelle Azzorre…), ma sempre dolcemente prevedibile quando bisogna lasciarsi assalire dai dubbi e dalle paure che qualsiasi cambiamento potrebbe portare con sé – sarà pure semplice e “povero”, ma è figlio di una sincerità e un’immediatezza uniche.

E regala poi l’ultima prova del compianto Fantastichini, che si accomiata dal cinema (e non solo) con un gesto bellissimo.

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