Les beaux jours d’Aranjuez

Dal testo di Peter Handke al 3D di Wim Wenders. Una morte lenta, e inesorabile, in Concorso

1 Settembre 2016
1,5/5
Les beaux jours d’Aranjuez
Les beaux jours d'Aranjuez
“Just a perfect day”… canta Lou Reed sui titoli di testa. Il 3D dapprima sfocato su strade e alberi di una Parigi estiva e deserta ci porta poi dentro la casa in campagna di uno scrittore (Jens Harzer). Che inizia a mettere a fuoco la sua prossima storia, semplicemente guardando verso il giardino: un uomo e una donna (Reda Kateb e Sophie Semin), seduti ad un tavolino lì fuori, una limonata e una mela, ogni tanto una sigaretta, iniziano a dialogare. Sul passato, sui ricordi, sulle aspettative, sulle aspirazioni… Di tanto in tanto il juke-box nell’angolo della casa inizia a cantare qualcos’altro, quando è la volta di Into my Arms appare anche Nick Cave (sì, quello vero) che la esegue al pianoforte.
Nick Cave in Les beaux jours d’Aranjuez

Nick Cave in Les beaux jours d’Aranjuez

E, per un attimo, appare anche il silenzioso giardiniere. Che è Peter Handke, autore dell’omonimo testo teatrale portato ora sullo schermo da Wim Wenders: Les beaux jours d’Aranjuez potrebbe anche far trascorrere intere serate a disquisire su approccio teorico e linguaggio (in fondo cosa ci può essere di più rivoluzionario se non filmare un dialogo di 97′ interamente in 3D?…), ma è un esercizio che non ci sentiamo di dover compiere. Esperienze sessuali, infanzia, memorie, l’essenza dell’estate, le differenze tra uomo e donna, la prospettiva femminile, le percezioni maschili: una morte lenta, e inesorabile, che indiscussi e notevoli movimenti di macchina – oltre all’innegabile bravura dei due interpreti (chiamati a sostenere intere scene senza stacchi) – non riescono a scongiurare. Ma è lo scrittore che immagina i due lì fuori o sono loro a suggerirgli quello che sta scrivendo? Eh, questa sì che è una domanda che il cinema del 2016 è giusto si ponga…

In confronto, il pur non riuscito Ritorno alla vita riusciva a regalare qualche sussulto. Qui siamo all’anticamera del suicidio, e alla conferma ulteriore di quanto Wim Wenders e il cinema di “finzione” vadano sempre meno d’accordo.

 

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1 Comment on "Les beaux jours d’Aranjuez"

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Davide Canever
Ospite

incredibilmente senza immagini e immaginazione questo ultimo film di Wenders. Un 3D vuoto che naviga su una vuotezza anche poetica, un troppo di poesia che vuole dire in ogni frase qualcosa di “assolutamente” bello, definire la realtà, e poi, invece fallisce ad ogni sguardo. Un film solo sognato purtroppo. Un titolo falso, Aranjuez evocata in bolle di sapone (o polloni scoppiati).

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