Legend

Tom Hardy si sdoppia per riportare in vita i temibili gemelli Kray. Nel modesto gangster-movie di Brian Helgeland

2 Marzo 2016
2,5/5
Legend
Tom Hardy nei panni di Ronald e Reginald Kray: Legend

Venticinque anni dopo The Krays – I corvi di Peter Medak (interpretato dai gemelli “Spandau Ballet” Martin e Gary Kemp), il cinema torna a misurarsi con le gesta dei temibili fratelli Ronald e Reggie Kray, gangster dell’East End di Londra negli anni ’60. In contemporanea con il doppio progetto di Zackary Adler (The Rise of the Krays e The Fall of the Krays), l’americano Brian Helgeland confeziona (produzione UK / Francia) questo Legend, in cartellone oggi alla Festa di Roma, dal 21 gennaio 2016 nelle sale italiane con 01 distribution.

I gangster più famigerati della storia inglese rivivono dunque grazie alla doppia interpretazione di Tom Hardy: da una parte il paranoide e schizofrenico Ronnie, dall’altra l’apparentemente più razionale e “misurato” Reggie. La storia dell’ascesa e della caduta dei Kray – titolari di un locale frequentato da note personalità e in cui si esibirono anche celebrità come Frank Sinatra – è raccontata dal punto di vista di Frances Shea (Emily Browning), sorella dell’autista di Reggie, poi sua fidanzata e moglie.

“La prima volta che ho sentito una storia sui Kray”, dice Brian Helgeland, “era una bugia. Ed è stato il modo più giusto per conoscerli”. Sì, perché sebbene abbiano trascorso gran parte della loro vita in carcere (rapine a mano armata, incendi dolosi, racket, estorsione, tortura e omicidio i vari campi d’imputazione…), i Kray divennero una vera e propria leggenda, dato che la verità sulla loro storia si è persa in oltre 50 anni di pettegolezzi e storie inventate. Come la prima in cui si imbatté lo stesso Helgeland, quando nel ’98, durante la lavorazione di un film sui Led Zeppelin (poi mai terminato), un membro dell’entourage di Jimmy Page e Robert Plant gli raccontò che i Kray gli avevano tagliato un dito.

I veri gemelli Kray

I veri gemelli Kray

Da ottimo narratore qual è (premiato con l’Oscar per la sceneggiatura di L.A. Confidential e nominato per quella di Mystic River), Helgeland sa che è impossibile essere veramente sicuri della vita realmente vissuta da qualcuno: anche per questo, forse, sceglie di affidarsi al “punto di vista” di chi (Frances) è addirittura morta ben prima che la “leggenda” dei due gemelli incominciasse a crescere, un anno prima del loro arresto definitivo.

Poggiato quasi esclusivamente sulla fisicità del suo (doppio) protagonista, la cui bravura non è più una sorpresa ma che, stavolta, sembra fagocitarne le gesta, Legend funziona per la prima ora (su 131′ complessivi, troppi), fino a quando la natura e lo sviluppo dei suoi personaggi sono ancora incerti e ambigui, dopodiché il racconto si appiattisce sul già noto: da una parte l’indissolubile legame di sangue (quello tra i due fratelli, con Reggie che sa di doversi affrancare dall’ingestibile Ronnie, ma non potrà mai farlo), dall’altra il legame amoroso tra un uomo e una donna. Con quest’ultima continuamente in cerca di un cambiamento nell’altro che, per prima, sa non potrà mai esserci. Che barba, che noia.

 

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