L’educazione di Rey

Ritratto disincantato della società argentina. Doveva essere una serie tv in origine, la struttura ne risente

2 Aprile 2019
2,5/5
L’educazione di Rey

Nella periferia della provincia argentina di Mendoza, i ragazzi vivono di espedienti. Tra di loro l’adolescente Reynaldo, reclutato dal fratello per partecipare a un furto in uno studio notarile.

L’arrivo della polizia complica il piano; Reynaldo, dopo aver nascosto i soldi, cade da un tetto e si ritrova nel giardino di Carlos, un’ex guardia giurata, deciso a trattenerlo finché non riparerà i danni che ha procurato alla proprietà.

Tra i due, protetti dalle mura domestiche, si instaura un rapporto crescente di fiducia e burbero affetto; ma il mondo esterno è in agguato, ed è un mondo corrotto, a cominciare dalla polizia…

L’esordio di Santiago Esteves è un ritratto disincantato della società argentina; chi vive ai margini sa bene che ci vuol poco a diventare criminali, e che una sciocchezza può comprometterti la vita.

Un quadro completato da una polizia corrotta, che non garantisce giustizia ma contribuisce alla perdizione dei protagonisti. In questo contesto l’“adozione” sui generis di Rey da parte di Carlos tende a farsi salvifico rapporto padre-figlio, col primo che insegna al secondo a lavorare (per vivere) e sparare (per difendersi), ma non a fare la cosa giusta, con la fascinazione dell’arma che prende il sopravvento e impedisce a Rey di evitare quello che sembra essere il suo destino di dropout.

Ma forse la decisione del regista di trasformare in lungometraggio quel che originariamente era prevista come una serie TV si è fatta sentire: parecchie intuizioni si perdono per strada (il figlio di Carlos, presente a inizio film, sparisce di colpo, come l’ambiguo amico di Carlos e la seducente Meli, che strega Rey con un gioco di sguardi).

Non giova neanche il repentino cambio di registro: se l’analisi sociale prometteva un ritratto introspettivo interessante (grazie anche alla prova degli attori), la seconda parte in bilico tra thriller e noir abbandona ogni velleità di riflessione in modo inaspettato quanto poco incisivo, finendo per lasciare un po’ l’amaro in bocca.

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