Le nostre battaglie

Non dinamitarda come l’ultima di Brizé, ma l’opera seconda di Senez offre un ottimo scavo nella quotidianità di un operaio costretto a lottare tra lavoro e famiglia

5 Febbraio 2019
3/5
Le nostre battaglie

Nella Francia prima dei gilet gialli, ma in cui in ogni caso le battaglie sindacali  sono dure e frequenti e il mondo operaio è una giungla, Guillaume Senez realizza la sua opera seconda (dopo il bel Keeper, premiato a Torino), Le nostre battaglie (anche questo premiato a Torino, con il premio del pubblico, dopo il passaggio alla Semaine de la critique di Cannes), che racconta di un operaio in un grande centro di spedizioni, stile Amazon, che oltre alle difficoltà sul posto di lavoro deve affrontare la sparizione improvvisa della moglie, madre dei due figli.

Non è un film dinamitardo come In guerra di Brizé, anzi Le nostre battaglie scava soprattutto dentro il quotidiano del protagonista, splendidamente cucito su Romain Duris, e gioca proprio sul rapporto interdipendente tra pubblico e privato, come dice esplicitamente il titolo, tra le battaglie che combattiamo per noi e quelle che combattiamo o vorremmo combattere per la collettività.

In ogni caso sempre nel campo di significato bellico ci si trova ed è interessante quindi come Senez sposti l’attenzione sui figli (Keeper parlava di genitorialità in fieri) e sui personaggi secondari, indicando in questo anche un cambio di toni e di stile: siamo sempre nell’ambito del realismo europeo, incentrato sull’attore seguito dalla macchina a mano, ma il ritmo più pacato, le interpretazioni misurate e le canzoni pop, come quelle degli LCD Soundsystem, fanno scartare il tono verso l’intimità, l’adesione prima alla realtà dei personaggi e poi dopo a quella ambientale, quella del mercato del lavoro.

Non tutti i passaggi di atmosfere riescono benissimo e qualche soluzione facile Senez se la concede anche (il montaggio delle canzoni, per esempio), ma la capacità di riempire la scena e il racconto con volti e corpi permette al film di superare l’impressione di stagnazione e di dare al melodramma familiare uno spessore diverso e un significato più sottile del mero stratagemma narrativo.

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