L’angelo del crimine

Ortega inquadra il più famoso serial killer argentino degli anni settanta. Ottima la prova dell'esordiente Lorenzo Ferro, notevole il film

29 Maggio 2019
3,5/5
L’angelo del crimine

Ha dei bei lunghi riccioli biondi. Due grandi labbra carnose rosse come le fragole e la pelle color latte. Sembrerebbe un putto se avesse le ali. E in effetti dietro quel volto da bambino c’è un angelo, del male però. Proprio come il titolo del film dell’argentino Luis Ortega, presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2018, che vede protagonista questo diciassettenne di nome Carlitos (eccezionale Lorenzo Ferro, alla sua prima esperienza) che è un ladro nato.

Per lui non solo è naturale rubare, ma anche sparare tanto da arrivare ad essere appellato: “grilletto felice”. Ma i nomignoli e gli pseudonimi non finiscono qui perché le sue identità sono molteplici. Come la sua personalità e come i registri del film che spaziano dall’humour nero alla leggerezza fino al tragico e al surreale.

La stampa lo chiama “l’angelo della morte”, sul falso documento c’è scritto Charlie Brown o anche Charlie Marrone, come lui stesso dice scherzando, se indossa un paio di orecchini sembra la versione al maschile di Marilyn Monroe, e insieme al suo compagno di misfatti Ramòn (Chino Darìn), dal quale è profondamente attratto, compongono un duo di fratellanza rivoluzionaria alla “Fidel Castro e Che Guevara” (c’è da aggiungere che entrambi sono fidanzati, guarda caso, con due sorelle gemelle identiche, difficili da distinguere anche per i diretti interessati).

Sullo sfondo di questo continuo gioco e scambio d’identità e di ruoli, anche sessuali, c’è una storia vera: quella di Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, il più famoso serial killer argentino, un ladro che tra il 1971 e il 1972 uccise undici persone sparando loro alla schiena o mentre dormivano.

Tutti crimini che avvennero in un periodo di positivismo influenzato dalle teorie lombrosiane. Carlos ruppe tutte quelle tesi non avendo assolutamente quei tratti somatici (occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino e denti storti) che il fondatore dell’antropologia criminale Cesare Lombroso aveva designato come quelli di un potenziale criminale. Di certo uno come Carlos dalla faccia angelica e pulita non poteva delinquere.

L’argentino Ortega, fin da piccolo attratto dalla criminalità, sceglie di elevare la violenza al bello e all’arte. Lontano dal ripugnante opera un’estetica della violenza, che vede protagonista un ragazzo che ruba e spara a passi di danza, muovendosi come una star del cinema, accompagnato sempre da una colonna sonora pop degna di nota (c’è persino il brano in versione spagnola “Non ho l’età” di Gigliola Cinquetti).

Alla fine ci porta sullo schermo un “inviato del cielo” che voleva essere libero. Un ragazzo che dopo aver compiuto una rapina non scappa, ma indugia e apre lentamente una cassaforte, che siede davanti al sorvegliante che dorme senza paura e che balla liberamente mentre fuori è accerchiato da uomini con il mitra pronti a rinchiuderlo in prigione. Carlitos è un ossimoro vivente: un mostro con la faccia da bambino. Una contraddizione in termini, proprio come la scena finale del film che è davvero superlativa.

 

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