La volta buona

Il calcio è il pretesto. Vincenzo Marra firma in realtà un film su paternità e migrazione, lealtà e sfruttamento. Con Massimo Ghini e Max Tortora, in Alice nella Città

19 Ottobre 2019
3/5
La volta buona
La volta buona

Il cinema di Vincenzo Marra è sempre stato piuttosto malinconico. E anche questo film lo è. Protagonista è Massimo Ghini nei panni di un procuratore sportivo sempre in lotta per restare a galla.

Alla ricerca de La volta buona questa gli si presenterà in Uruguay quando, grazie a un suo vecchio amico immigrato italiano a Montevideo (Max Tortora), scoprirà un giovanissimo fenomeno del calcio di nome Pablito (Ramiro Garcia). Questo ragazzo, che palleggia ai semafori da vero fuoriclasse, potrebbe essere la grande occasione per riprendersi tutto quello che ha perso. Nel cast anche Francesco Montanari e Massimo Wertmüller.

La volta buona

Marra sceglie di ambientare la storia, non nella sua Napoli dove ha girato tanti documentari (Estranei alla massaVento di terra e L’udienza è aperta), ma a Roma, quella della periferia con i palazzoni un po’ tristi, e in America latina, in Uruguay, una parte del mondo che lui conosce bene perché ci ha vissuto diverso tempo. 

Ne esce fuori un film che attraverso la metafora del calcio affronta temi più profondi come quello della paternità e della lealtà, della migrazione, dello sfruttamento, della ludopatia e di un’Italia dove “non se move niente”.

Lo sguardo disilluso di Ghini, un uomo che ha perso tutto giocando e che si trova a fare i conti con il sottobosco calcistico e i relativi operatori del settore senza scrupoli, il realismo e i dialoghi secchi (solo per un attimo vira verso il melodramma, ma per fortuna subito dopo riprende i giusti toni) rendono questo film apprezzabile nel complesso.

Non sarà una pepita d’oro o un pallone d’oro, ma di sicuro non è neanche un autogol. Nota a margine: una menzione speciale va all’interpretazione di Max Tortora, davvero in stato di grazia.

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