La terra dei figli

Distopia liquida e nichilista: Claudio Cupellini porta sullo schermo la graphic novel di Gipi, con suggestione

30 Giugno 2021
3,5/5
La terra dei figli
La terra dei figli - Foto Matteo Graia

Un po’ Dogman, non solo perché si apre con un cane, ma perché parla di sopravvivenza, un sentimento inalienabile della condizione umana, per la fotografia (Gergely Poharnok) e per la violenza dei suoi personaggi che si muovono in dimensioni primitive. E, a proposito di primitivi, anche un po’ Romulus (la serie tv creata da Matteo Rovere lo scorso anno) per la brutalità, per il mondo arcaico e selvaggio dominato dalla paura e per l’ambientazione.

Ma anche Il primo re, film del 2019 sempre di Rovere. Perfino un po’ Pinocchio di Garrone, nonché il recente Anna di Niccolò Ammanniti. È tante cose il nuovo film di Claudio Cupellini (Gomorra – La serie, Alaska, Lezioni di cioccolato), ma in primis è una favola nera e post-apocalittica che ci racconta La terra dei figli (in anteprima al Taormina Film Fest e ora in sala).

Liberamente tratto dall’omonima graphic novel di Gipi (edito nel 2016 da Coconino Press e da Fandango) e ambientato in un imprecisato futuro post catastrofico, che è lo specchio del nostro presente, vede tra i protagonisti un padre (Paolo Pierobon), un figlio (Leon de La Vallée, giovane rapper conosciuto nella scena musicale come Leon Faun, per la prima volta sul grande schermo), una ragazza imprigionata (Maria Roveran), una “strega” cieca (Valeria Golino), un uomo senza il naso che si copre il viso con una maschera da sub (Valerio Mastandrea), due contadini stile il Gatto e la Volpe (Maurizio Donadoni e Franco Ravera) e infine un misterioso villain (Fabrizio Ferracane).

Come in Anna è rimasto solo il figlio, il bambino di quattordici anni, in vita. Peccato che non conosca il mondo e neppure il suo nome (“Non so come mi chiamo, mio padre mi chiamava figlio”). Uscito dalla pancia della mamma, non con la testa davanti, ma con i piedi. Pensa di venire dalla luna. Cresciuto da un padre che non gli ha mai dato una carezza e che gli ha insegnato a non piangere mai (“se uno piange l’altro se ne approfitta”), il figlio ammazza cani e topi, e non sa cosa sia un divano o un tappeto. Ma soprattutto non sa cosa ci sia al di là della chiusa. Lo scoprirà varcando quel confine che da quando è nato gli è stato precluso e che la “strega” gli aprirà con il monito: “Non fidarti di nessuno”.

A dargli la forza sarà la voglia di leggere, anzi di farsi leggere, un quaderno lascito di suo padre prima di morire. Alla ricerca di qualcuno che possa svelargli il senso di quelle pagine misteriose approderà in un mondo regredito, violento, fatto di paesaggi desolati. L’aria piena di mosche, l’acqua di veleni. Intorno solo cadaveri appesi. Non c’è più società. Solo lotta per la sopravvivenza. Gli uomini si dividono in predatori e prede. Ogni incontro con l’altro è pericoloso. La fine della civiltà è arrivata.

Il figlio non è un burattino, ma un po’ come Pinocchio vaga alla scoperta di un mondo totalmente nuovo per i suoi occhi che vogliono imparare a leggere. Sottotraccia vi è il tema dell’importanza della memoria e dei ricordi, nonché la domanda, insita nello stesso titolo, su quale futuro lasciare ai propri figli. Di sicuro la lettura ci potrà aiutare, anzi salvare. Ma servono occhi sani. Quelli che non ha la “strega”, quelli che però ha Cupellini, che ci regala una bella favola nera, non da leggere, ma da vedere. E anche da sentire, grazie alle belle musiche di Francesco Motta).

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